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Nel conflitto in Ucraina la novità che sta facendo discutere si chiama Arena-M, il sistema di protezione attiva che i russi hanno portato sui propri carri armati per provare a rispondere alla minaccia più fastidiosa del momento, quella dei droni. Perché la guerra, che va avanti senza spiragli concreti di chiusura, ha spinto entrambi gli schieramenti a mettere in campo tecnologie sempre più sofisticate, sia in chiave offensiva sia difensiva. E il risultato è una rincorsa continua fra chi attacca e chi cerca di difendersi.
Il paradosso è evidente. Un carro armato moderno è un mezzo che può costare milioni di euro, progettato per resistere a missili anticarro e proiettili pesanti, eppure le difficoltà maggiori arrivano da piccoli droni relativamente economici, oggetti che pesano pochi chili e che costano una frazione infinitesima del bersaglio che vanno a colpire. È questa asimmetria ad aver riscritto le regole sul campo, trasformando una vulnerabilità in una vera e propria corsa tecnologica.
Come funziona il sistema Arena-M
Il principio alla base di Arena-M non è complicato da spiegare. C’è un radar che sorveglia in modo costante lo spazio attorno al mezzo, tenendo d’occhio tutto ciò che si avvicina. Nel momento in cui viene identificata una minaccia in arrivo, il sistema risponde lanciando una contromunizione, pensata per distruggere l’oggetto ostile prima che questo riesca a raggiungere la corazza. In teoria, una bolla protettiva che si attiva da sola e nel giro di frazioni di secondo.
Sulla carta l’idea funziona, ed è la stessa filosofia che sta dietro ai sistemi di protezione attiva sviluppati un po’ ovunque. Il punto è che questi apparati nascono principalmente per fermare razzi e missili anticarro, cioè minacce che arrivano una alla volta, con traiettorie prevedibili. I droni ragionano in modo diverso. Sono piccoli, lenti quando serve, capaci di avvicinarsi da angolazioni che un radar può faticare a coprire e soprattutto arrivano in gruppo.
Il debutto in Donetsk e il limite dei numeri
Il primo impiego operativo documentato di Arena-M è avvenuto nel corso di un assalto russo nella regione di Donetsk. Stando a quanto emerso, il sistema avrebbe effettivamente intercettato alcuni droni ucraini, dimostrando quindi di non essere semplicemente uno strumento da parata o da fiera delle armi. Qualcosa, insomma, ha fatto.
Il problema è comparso quando il numero degli attaccanti è cresciuto. Secondo i militari ucraini, per mettere definitivamente fuori combattimento ciascun carro armato protetto dal sistema sarebbero serviti fra 15 e 20 droni. Un dato che si presta a due letture opposte e che, non a caso, viene raccontato in modi diversi a seconda di chi lo commenta. Da un lato significa che la protezione alza parecchio il costo dell’operazione per chi attacca, costringendo a impiegare molti più velivoli di quanti ne servirebbero contro un mezzo scoperto. Dall’altro significa che il carro, alla fine, viene comunque perso.
Ed è esattamente qui che si concentra la questione. Venti droni restano un investimento minimo se confrontato con il valore di un mezzo corazzato, il che rende la difesa attiva un ostacolo da superare più che una barriera invalicabile. La logica dei numeri, in una guerra di logoramento come quella in corso, tende a premiare chi può permettersi di saturare le difese avversarie con sciami di dispositivi a basso costo, e i droni ucraini hanno finora fatto esattamente questo. Il debutto di Arena-M in Donetsk, da questo punto di vista, ha dato una risposta chiara sul rapporto tra costi e risultati.










