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Il piano di risanamento di Volkswagen ha ottenuto il via libera definitivo nella serata del 3 settembre, quando il consiglio di vigilanza ha approvato all’unanimità il progetto presentato dall’amministratore delegato Oliver Blume. Sul tavolo c’erano numeri che fino a poche settimane prima sembravano destinati a far esplodere il conflitto con i sindacati e con il Governo della Bassa Sassonia: altri 50.000 esuberi a livello globale entro il 2030, una riduzione consistente della capacità produttiva in Europa e un taglio della gamma di modelli di circa il 50%. La riunione straordinaria è stata perfino anticipata di un giorno rispetto alla convocazione fissata per il 4 settembre, segno che l’accordo era già stato costruito nelle stanze precedenti.
I 50.000 tagli si aggiungono alle circa 50.000 uscite già in corso, quelle previste dal precedente pacchetto di risparmi concordato alla fine del 2024. Il conto complessivo, quindi, è pesante. Ma la formula scelta evita lo strappo più temuto, cioè la chiusura immediata degli stabilimenti tedeschi.
Quattro impianti tedeschi restano appesi a un filo
Il punto più scomodo del piano riguarda Emden, Zwickau, Hannover e Neckarsulm. Secondo Volkswagen questi quattro siti non hanno prospettive competitive oltre il 2030, con una possibile cessazione delle attività collocata tra il 2031 e il 2034. Il gruppo ha però accettato di cercare utilizzi alternativi per gli impianti, e questo per ora congela qualsiasi decisione formale di chiusura. Un rinvio, più che una soluzione. Rimane aperto anche il dossier di Osnabrück, dove la casa tedesca sta già cercando un acquirente nell’ambito del piano di riduzione dei costi definito nel 2024.
Vale la pena ricordare come si era arrivati a questo punto. A luglio il progetto era stato bocciato per l’opposizione dei rappresentanti dei lavoratori e del Governo della Bassa Sassonia, che detiene il 20% del gruppo e ha un peso enorme sulle scelte strategiche. In quelle settimane il consiglio di amministrazione avrebbe valutato l’ipotesi di scavalcare il consiglio di vigilanza, portando il piano direttamente agli azionisti con un’assemblea generale straordinaria. Tra le opzioni emerse ci sarebbe stato perfino lo scorporo del marchio Volkswagen e della divisione componenti, mossa che avrebbe ridotto il potere del sistema di cogestione tedesco. Non è andata così.
Capacità produttiva giù di 500.000 veicoli
Sul fronte industriale, il gruppo intende ridurre la capacità produttiva europea di circa 500.000 veicoli. Il direttore finanziario Arno Antlitz ha spiegato che senza questo intervento le perdite si aggirerebbero intorno a 1,5 miliardi di euro all’anno. Insieme al taglio degli impianti arriva anche uno snellimento delle partecipazioni e, come detto, il dimezzamento della gamma di modelli.
Per quanto riguarda l’occupazione, gli accordi in vigore escludono licenziamenti obbligatori fino alla fine del 2030. Le riduzioni di personale dovranno quindi passare da uscite volontarie e incentivate. IG Metall e il comitato aziendale hanno rivendicato l’intesa come una vittoria della cogestione e una difesa degli stabilimenti, sottolineando che il compromesso ha scongiurato lo scorporo del marchio e della divisione componenti. Anche il governatore della Bassa Sassonia, Olaf Lies, ha parlato di una decisione che manda “segnali importanti” su competitività e investimenti futuri.
Gli obiettivi finanziari sono altrettanto espliciti: Volkswagen punta a un margine operativo del 9% entro il 2030, partendo da un livello attuale inferiore al 4%, mantenendo vendite annuali attorno ai 9 milioni di veicoli. Tra il 2027 e il 2031 il gruppo prevede investimenti per circa 135 miliardi di euro tra spese in conto capitale e ricerca e sviluppo. Nel quadro complessivo del riassetto rientra anche la posizione di Seat, il cui futuro appare a rischio mentre il gruppo si prepara a concentrare le energie su Cupra.










