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Vita aliena, gli astrobiologi frenano: solo il 6,6% ci crede

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Quando si parla di vita aliena, i titoli dei giornali corrono sempre più veloci dei dati. Nel 2025 due annunci hanno acceso l’entusiasmo generale, uno sull’esopianeta K2-18b e uno su una roccia marziana chiamata Cheyava Falls, ma un sondaggio condotto tra centinaia di astrobiologi racconta una storia molto più prudente: solo il 6,6% degli esperti interpellati ha ritenuto probabile che nel primo caso si fosse davvero trovata vita extraterrestre, e la percentuale sale appena al 15,1% per il secondo.

Il punto di partenza è una domanda semplice e quasi mai posta in modo sistematico. Quando una scoperta occupa le prime pagine, uffici stampa e giornalisti citano di solito un pugno di specialisti. Voci autorevoli, certo, ma che non dicono nulla su cosa pensi il resto della comunità scientifica. Eppure il dibattito pubblico continua a poggiare su formule come “la scienza dice” o “gli scienziati ritengono”, come se esistesse una risposta unica e misurabile. Un gruppo di ricerca dell’Università di Durham ha provato a colmare quel vuoto proprio nel campo dell’astrobiologia, interrogando gli esperti a pochi giorni di distanza da ciascun annuncio.

Vita aliena e i due casi che hanno fatto rumore

Il primo riguarda K2-18b. Ad aprile 2025 alcuni ricercatori hanno segnalato possibili tracce di molecole chiamate dimetilsolfuro e dimetildisolfuro, che sulla Terra sono associate ad attività biologica. La copertura mediatica è stata enorme e in molti casi il risultato è stato presentato come un passo straordinario nella ricerca della vita fuori dal nostro pianeta.

Il secondo caso arriva a settembre, quando la NASA ha annunciato che Cheyava Falls sembrava conservare una potenziale biosignature, le cosiddette “macchie di leopardo”, anelli minerali che sulla Terra si formano spesso per attività microbica. Anche qui i toni sono stati alti, e non solo sui giornali: l’amministratore della NASA Sean Duffy ha parlato del momento in cui si è arrivati “più vicini che mai” alla scoperta della vita sul pianeta rosso.

I numeri del sondaggio, però, raffreddano l’entusiasmo. Su K2-18b quasi due terzi degli astrobiologi si sono detti in disaccordo con l’idea che si fosse probabilmente trovata vita extraterrestre, mentre il 28,0% è rimasto neutrale. Sul caso marziano la fiducia cresce ma resta cauta: 15,1% di consensi, disaccordo scende al 44,6% e la neutralità sale al 40,3%.

Cosa si nasconde dietro le percentuali

Guardare solo alla contrapposizione tra favorevoli e contrari fa perdere il pezzo più interessante. La quota di chi era fortemente in disaccordo è crollata dal 35,1% nel caso di K2-18b all’11,1% per Marte. Il movimento, quindi, non è stato tanto dal “no” al “sì”, quanto da un rifiuto netto verso posizioni più tentative. La comunità si è aperta alla possibilità senza però abbracciarla.

Una spiegazione plausibile sta nella natura delle prove. La rivendicazione su K2-18b si basava su possibili firme atmosferiche rilevate a distanze interstellari, mentre il campione marziano è una roccia che si può studiare direttamente e con molto più dettaglio. Gli astrobiologi, del resto, sanno da tempo che caratteristiche apparentemente vitali possono nascere da processi non biologici. La sfida vera non è immaginare come la vita potrebbe produrre un certo segnale, ma capire in quanti modi la natura potrebbe generare qualcosa di simile senza alcun organismo di mezzo.

C’è poi il tema della neutralità, spesso trattata come un dato di scarto. Una risposta neutrale può significare che le prove sono giudicate genuinamente inconcludenti, che la fiducia è intermedia, oppure che l’ipotesi appare troppo speculativa per essere accolta o respinta con decisione. Ridurre tutto a “pro” o “contro” schiaccia distinzioni che contano.

La lezione va oltre gli alieni. Clima, pandemie, intelligenza artificiale, ricerca medica: il consenso scientifico viene invocato continuamente, a volte esiste per davvero, a volte no, e quasi mai si dispone di strumenti sistematici per misurarlo quando le evidenze sono ancora in formazione. Il gruppo di Durham, C Scope, studia proprio come si distribuisce l’opinione degli esperti e come cambia nel tempo, senza pretendere di sostituire le prove con i sondaggi né di trasformare la maggioranza in verità. L’obiettivo dichiarato è capire meglio come le comunità scientifiche reagiscono all’incertezza, dato che il dibattito pubblico, e forse anche la volontà politica, si appoggiano sempre più su affermazioni relative a ciò che gli scienziati pensano.

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