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Verifica età UE, l’attestazione hardware fa infuriare l’open source

La discussione sulla verifica dell’età UE si è accesa parecchio nella comunità open source, e il motivo è tutto racchiuso in una scelta tecnica precisa. Le specifiche europee, infatti, imporranno in modo obbligatorio meccanismi di hardware-bound attestation, cioè attestazioni ancorate a componenti hardware ritenuti affidabili. Una decisione che punta a blindare i controlli, ma che sta facendo storcere il naso a chi lavora con il software libero.

L’idea di fondo è chiara. Impedire che dispositivi modificati o ambienti compromessi possano aggirare i controlli. Il problema è che un requisito del genere, per molti sviluppatori, cozza frontalmente con i principi di apertura su cui si regge tutto il mondo open source. Un maintainer del progetto ha messo le cose in chiaro senza troppi giri di parole. Non si tratta di una scelta tecnica che si può cambiare, ma di un vincolo progettuale che arriva direttamente dal modello di fiducia definito dalla Commissione Europea, la quale esclude a priori le soluzioni cosiddette software only perché considerate non abbastanza sicure.

Che cosa prevede il nuovo piano europeo

Il progetto della Commissione Europea punta a creare una soluzione comune per permettere alle persone di dimostrare di essere maggiorenni senza dover per forza condividere la propria data di nascita. L’architettura si basa su attestazioni crittografiche e prove dell’età pensate per ridurre al minimo i dati personali che finiscono nelle mani dei servizi online. L’obiettivo è avere un sistema che funzioni allo stesso modo in tutti gli Stati membri, buono sia per le future identità digitali europee sia per applicazioni a sé stanti.

La parte che ha scatenato le polemiche, però, è proprio quella dell’attestazione hardware. In pratica una prova che deve essere agganciata a componenti fisici affidabili, come gli ambienti di esecuzione protetti presenti negli smartphone moderni. La miccia si è accesa nel repository GitHub del progetto, dove diversi sviluppatori hanno contestato l’obbligatorietà di questo requisito, sostenendo che avrebbe tagliato fuori un sacco di dispositivi, sistemi operativi alternativi e piattaforme completamente aperte.

La risposta del maintainer è stata netta. Il vincolo non è una scelta implementativa modificabile, ma deriva dagli obiettivi fissati in alto. Niente opzione software only, perché senza una radice hardware, dicono gli autori delle specifiche, non ci sarebbe modo di garantire la sicurezza richiesta contro rooting, emulatori o manipolazioni varie dell’ambiente di esecuzione.

Perché la comunità open source è preoccupata

Le ricadute concrete non sono banali. Distribuzioni Linux mobili, sistemi operativi indipendenti da Android e iOS, smartphone senza un ambiente di esecuzione certificato oppure dispositivi modificati dall’utente potrebbero semplicemente non riuscire a produrre l’attestazione richiesta. E qui casca l’asino, perché molti progetti open source si fondano proprio sulla libertà di sostituire il firmware, ricompilare il sistema operativo e avere il pieno controllo su tutto il software installato.

Con questa impostazione il verificatore non si fida più del solo software, ma pretende una prova che arrivi da un pezzo di hardware ritenuto resistente alle manomissioni. Si crea così una linea di demarcazione netta tra i dispositivi che hanno un’infrastruttura di fiducia riconosciuta e quelli che ne sono sprovvisti. Il risultato pratico è che un’app conforme potrebbe rifiutare le attestazioni provenienti da sistemi senza le caratteristiche giuste, anche se il software gira alla perfezione.

C’è poi il rischio di un’altra deriva. Una maggiore dipendenza dalle tecnologie proprietarie dei produttori di smartphone, come i Trusted Execution Environment o meccanismi simili. Per chi sviluppa sistemi operativi indipendenti, insomma, realizzare implementazioni davvero compatibili diventa una strada in salita.

Il progetto europeo non impone ancora un singolo produttore

Vale la pena separare il requisito tecnico dalla sua applicazione pratica. Le raccomandazioni della Commissione tracciano un quadro comune, un modello di fiducia e un elenco di fornitori considerati affidabili, ma al momento non obbligano a usare una specifica tecnologia commerciale né un determinato produttore hardware. Saranno gli Stati membri a dover sviluppare soluzioni conformi allo schema europeo, rispettando i paletti su sicurezza e interoperabilità.

Ecco perché il confronto rimane aperto. Le parole del maintainer, però, lasciano capire che per ora il progetto non ha intenzione di prendere in considerazione richieste volte a eliminare il legame con l’hardware. Per la comunità Linux e open source la faccenda è piuttosto chiara. Senza una revisione delle specifiche, alcune piattaforme completamente aperte rischiano di restare escluse dal sistema di verifica dell’età, o comunque di non poterci partecipare con lo stesso grado di compatibilità garantito dagli smartphone commerciali già dotati delle funzionalità richieste.

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