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Un farmaco nato per l’artrite reumatoide si sta rivelando una delle armi più promettenti contro l’alopecia areata, la forma di calvizie autoimmune che colpisce circa due persone su cento nel corso della vita. Si chiama upadacitinib e in due ampi studi clinici ha portato a una ricrescita dei capelli che, nei numeri, sorprende anche gli specialisti. Un risultato che arriva da un fronte apparentemente lontano, perché di mezzo ci sono infiammazione e sistema immunitario.
L’alopecia areata è una malattia cronica che si manifesta di solito a chiazze, sul cuoio capelluto ma anche su altre zone del corpo. Il meccanismo alla base è una risposta anomala del sistema immunitario, che aggredisce i follicoli piliferi. Ed è proprio questo il motivo per cui trattarla è così complicato: non basta stimolare la crescita del capello, serve spegnere l’attacco che lo blocca.
Upadacitinib e alopecia: perché un antinfiammatorio per l’artrite funziona sui capelli
Artrite reumatoide e alopecia areata sembrano problemi distanti, ma condividono un tratto di fondo. In entrambi i casi il sistema immunitario lavora in modo scorretto e genera infiammazione. Upadacitinib agisce bloccando una delle vie che le cellule immunitarie usano per scambiarsi segnali. Se quella via viene interrotta in una malattia, l’idea è che possa essere interrotta anche nell’altra.
Indizi in questo senso esistevano già da tempo. Il problema è che arrivavano quasi sempre da segnalazioni di singoli casi o da esperienze limitate, non da studi costruiti per misurare in modo rigoroso benefici e rischi. Da qui il passaggio ai grandi numeri.
I risultati dei due studi di fase 3
I nuovi dati arrivano da due studi clinici di fase 3 che hanno coinvolto 1.399 persone tra i 12 e i 64 anni con alopecia areata grave. Per essere ammessi, i partecipanti dovevano aver perso almeno metà dei capelli del cuoio capelluto. La divisione è avvenuta in modo casuale su tre gruppi: 15 milligrammi al giorno di upadacitinib, 30 milligrammi al giorno, oppure placebo.
Dopo 24 settimane, circa il 45% di chi assumeva 15 milligrammi e tra il 54 e il 55% di chi assumeva 30 milligrammi ha ottenuto una ricrescita di almeno l’80% dei capelli sul cuoio capelluto. Praticamente la metà dei trattati. Nei gruppi placebo, la stessa soglia è stata raggiunta solo da una quota compresa tra 1,5 e 3,4%.
C’è di più. Secondo lo studio pubblicato su JAMA Dermatology, tra il 13 e il 14% dei pazienti trattati con il dosaggio più basso e tra il 20 e il 22,5% di quelli trattati con 30 milligrammi hanno recuperato completamente i capelli del cuoio capelluto nelle stesse 24 settimane. Miglioramenti sono stati registrati anche su ciglia e sopracciglia, oltre che su diversi parametri legati alla qualità della vita.
Effetti collaterali e passi successivi
Gli effetti collaterali sono stati frequenti, ma nella maggior parte dei casi non gravi. Tra i più comuni compaiono acne, infezioni respiratorie, nasofaringite e l’aumento nel sangue di un enzima muscolare. Gli eventi avversi seri sono stati invece rari: 1,6% con 15 milligrammi, 2,3% con 30 milligrammi e 0,4% nel gruppo placebo.
La fase 3 rappresenta uno degli ultimi gradini clinici prima di una possibile approvazione regolatoria del farmaco per il trattamento dell’alopecia areata. Un dettaglio non secondario riguarda il finanziamento: lo studio è stato sostenuto da AbbVie, l’azienda che produce upadacitinib, coinvolta anche nella progettazione, nella raccolta e nell’analisi dei dati e nella stesura del manoscritto. Diversi autori hanno dichiarato legami finanziari con AbbVie e con altre aziende farmaceutiche. Conflitti che non annullano i risultati ottenuti, ma che pesano nel momento in cui si leggono le conclusioni.








