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Portare il 5G nella stratosfera non è più un esercizio teorico da convegno, perché sopra il Giappone è stato completato un test che dimostra come un’antenna volante possa parlare direttamente con gli smartphone che già abbiamo in tasca. Nessun adattatore, nessun terminale speciale. Un velivolo che resta sospeso a un’altezza a cui non arrivano nemmeno gli aerei di linea e che, da lassù, si comporta come una torre di telefonia mobile normalissima. Solo enorme.
Fino a oggi le strade per coprire zone senza segnale erano essenzialmente due. La prima è la più noiosa e costosa, cioè costruire nuove infrastrutture a terra, con tutto quello che comporta in termini di permessi, cantieri, manutenzione. La seconda passa dai satelliti, che risolvono il problema della distanza ma introducono quello della latenza e dei costi di lancio. La terza opzione, quella che interessa qui, sta a metà strada e per anni è rimasta un’idea affascinante ma poco praticabile.
Come funziona un HAPS e perché la quota conta
Un HAPS, sigla che indica una piattaforma progettata per stazionare ad alta quota, vive in una fascia di atmosfera che è di fatto una terra di mezzo. Abbastanza in alto da vedere porzioni gigantesche di territorio, abbastanza in basso da mantenere un collegamento diretto e pulito con i dispositivi commerciali. Il velivolo ST1 di Sceye ha volato a circa 16,6 chilometri di quota, quindi ben sopra il traffico aereo civile e sopra la gran parte dei fenomeni meteo che rendono la vita difficile ai droni tradizionali.
Il dettaglio che rende il tutto più interessante riguarda il viaggio. Il mezzo ha coperto oltre 15.000 chilometri partendo dal Nuovo Messico prima di arrivare nell’area operativa giapponese. Non un volo di prova in un cortile recintato, insomma, ma un trasferimento intercontinentale che dimostra autonomia e capacità di navigare per tratte lunghissime prima di mettersi al lavoro.
Chiamate, messaggi e streaming video dal cielo
Nella fase operativa la collaborazione con SoftBank ha permesso di verificare cosa riesce davvero a fare una piattaforma stratosferica usata come stazione radio. Sono state completate chiamate vocali, sono passati messaggi, ha funzionato la navigazione Internet e, cosa non banale in termini di banda richiesta, anche lo streaming video. Tutto questo con telefoni normali, il che è il punto centrale della faccenda, perché elimina la necessità di hardware dedicato lato utente.
Vale la pena fermarsi un attimo su questo aspetto. Le soluzioni satellitari che dialogano direttamente con gli smartphone stanno crescendo, ma restano spesso limitate a messaggi di emergenza o a servizi a banda molto ridotta. Un HAPS che regge uno streaming video sposta il discorso su un piano diverso, quello di una copertura utilizzabile per tutti i giorni e non solo per le situazioni critiche.
Il Giappone, da questo punto di vista, è un banco di prova con caratteristiche particolari. Territorio montuoso, isole sparse, aree in cui costruire e mantenere antenne tradizionali è complicato e poco conveniente. Una rete mobile appoggiata a piattaforme sospese nella stratosfera permetterebbe di coprire quelle zone senza aprire cantieri, e con tempi di attivazione che nessun progetto infrastrutturale terrestre può eguagliare.
Il concetto ricorda per certi versi i tentativi passati di portare connettività dall’alto con palloni e droni, esperimenti che hanno lasciato più delusioni che risultati. La differenza sta nei numeri raccolti in questo test, che smettono di essere promesse e diventano funzioni verificate sul campo, con un mezzo che ha attraversato il Pacifico e poi ha fatto il suo lavoro sopra un Paese densamente popolato.








