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T. rex Scotty: vasi sanguigni fossili di 66 milioni di anni

In questo articolo Indice dei contenuti 3 sezioni

Una costola fratturata di T. rex ha conservato per 66 milioni di anni qualcosa che nei fossili non si trova quasi mai: la traccia di una ferita ancora in fase di guarigione, con tutto il reticolo di vasi sanguigni che si stava formando intorno. L’osso appartiene a Scotty, lo scheletro di Tyrannosaurus rex più grande mai scoperto, e i ricercatori hanno potuto guardarci dentro senza rompere nulla grazie all’imaging a neutroni dell’Oak Ridge National Laboratory, negli Stati Uniti.

Il punto è che i tessuti molli, i vasi sanguigni in particolare, di solito sparisconoban prima che la fossilizzazione sia completata. Si decompongono, e basta. La costola di Scotty invece è un’eccezione strana, quasi un colpo di fortuna geologico. “È come vincere alla lotteria”, ha detto Mauricio Barbi, professore di fisica all’Università di Regina, nel Saskatchewan. “La costola di Scotty contiene una vasta rete di vasi sanguigni mineralizzati che non era mai stata osservata prima in un fossile.”

Cosa è successo dentro quell’osso rotto

La ricostruzione è piuttosto lineare. Dopo la frattura, il sangue ricco di ferro è entrato nella zona lesionata e si sono formati nuovi vasi sanguigni, esattamente come parte del normale processo di guarigione. Solo che l’animale è morto prima che l’osso si richiudesse del tutto. Il corpo è finito in una palude salata, e quelle condizioni hanno rallentato la decomposizione abbastanza da salvare strutture fragilissime.

“Ogni fossile è una piccola istantanea del passato”, ha spiegato Jerit Mitchell, dottorando in fisica all’Università di Regina che guida il progetto sotto la direzione di Barbi. I resti di Scotty sono stati recuperati dalle squadre del Royal Saskatchewan Museum nella Frenchman River Valley, una delle aree più ricche di fossili di dinosauro di tutto il Nord America. Le rocce di quella zona raccontano la vita dei dinosauri poco prima dell’estinzione di massa che chiuse l’era dei dinosauri non aviani. Nello stesso filone di ricerca finiscono anche ambra fossile, scaglie e ossa di altre specie. “Mettendo insieme gli indizi capiamo il passato e come le cose potrebbero evolvere in futuro”, ha aggiunto Marcella Berg, docente di fisica alla stessa università ed ex ricercatrice post doc a ORNL.

Neutroni e raggi X, due sguardi diversi

L’imaging a neutroni e quello a raggi X funzionano in modo complementare. I neutroni sono particolarmente sensibili agli elementi leggeri della tavola periodica, soprattutto l’idrogeno, mentre i raggi X rendono bene sugli elementi pesanti. Il paragone più semplice è quello tra una risonanza magnetica, brava a evidenziare muscoli e tessuti molli, e una radiografia, perfetta per le strutture dense come le ossa.

Tutto comincia nel 2020, quando Mitchell, allora studente, nota le prime tracce di vasi sanguigni dentro la costola. Usa la micro CT al Canadian Light Source, un metodo a raggi X non invasivo, e le scansioni confermano la presenza di tessuto molle fossilizzato nelle sezioni tagliate dell’osso. Poi arrivano la radiazione di sincrotrone e la microscopia, che permettono di studiare la lesione in guarigione fino al livello cellulare.

Il passaggio decisivo ad Oak Ridge

Ad aprile 2026 il gruppo ha lavorato con lo strumento MARS dell’High Flux Isotope Reactor e con VENUS, installato presso la Spallation Neutron Source di ORNL. MARS produce neutroni freddi, ottimi per far risaltare le firme dei tessuti molli e le zone ricche di idrogeno, e infatti è stato impiegato per ossa piccole, ambra e scaglie fossilizzate. VENUS genera neutroni ad alta energia che penetrano più a fondo negli oggetti grandi e restituiscono immagini 3D dettagliate, e lì è finita la costola di Scotty.

“I neutroni non solo hanno confermato quello che avevamo trovato con il sincrotrone, ma si sono rivelati un’aggiunta preziosissima nella ricerca di tessuti molli conservati nei fossili”, ha detto Berg. “Ci danno una quantità incredibile di dettagli senza toccare i campioni.”

“Si pensa ai neutroni come strumenti per studiare batterie o materiali avanzati, ma sono altrettanto innovativi per rispondere a domande sulla vita antica”, ha osservato Hassina Bilheux, scienziata responsabile dello strumento VENUS. Il gruppo continuerà ad analizzare i dati raccolti e ad estendere il metodo ad altri fossili, con l’idea di confrontare schemi di lesione e guarigione tra specie diverse. “Nelle collezioni ci sono più fossili di quanti si pensi, e nascondono segreti di milioni di anni fa”, ha concluso Mitchell.

Fonte: TecnoAndroid

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