In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Le immagini generate dall’intelligenza artificiale in stile Ghibli, quelle che per settimane hanno invaso bacheche e chat di mezzo mondo, non hanno impressionato chi lavora dentro lo studio da decenni. Toshio Suzuki, presidente e produttore dello Studio Ghibli, ne ha parlato in un’intervista al quotidiano giapponese Asahi Shimbun con un tono che sta a metà tra il disinteresse e la stanchezza: una moda passeggera, priva di significato reale, e nemmeno particolarmente interessante. Il dettaglio più curioso riguarda il silenzio dello studio durante il picco del fenomeno. Suzuki ha raccontato di aver ricevuto una quantità notevole di richieste di interviste proprio mentre quelle illustrazioni circolavano ovunque, e di averle rifiutate tutte. Non per polemica, ma per calcolo: era convinto che il pubblico si sarebbe annoiato in fretta. La successiva flessione dell’interesse verso quel tipo di contenuti gli ha dato ragione, senza che Ghibli dovesse spendere una sola dichiarazione ufficiale sull’argomento.
Perché l’arte IA in stile Miyazaki non convince il produttore
Sul piano della qualità, il giudizio è netto. “Sebbene l’IA possa facilmente produrre un certo tipo di animazione, chiunque abbia anche solo un minimo di competenza può smascherarne la falsità”, ha detto Suzuki, aggiungendo che quel materiale “non ha un vero e proprio significato, e non è nemmeno interessante”. Una posizione che non parte dal timore della tecnologia, ma da una valutazione tecnica: l’occhio allenato riconosce subito la differenza, e quella differenza non è un dettaglio da appassionati. Il punto centrale, secondo il produttore, sta nel metodo. L’intelligenza artificiale generativa funziona aggregando le informazioni disponibili online per restituire quella che definisce una “soluzione ottimale”. Un processo che mette insieme ciò che già esiste e ne ricava una media convincente. L’approccio di Hayao Miyazaki va nella direzione esattamente opposta, e Suzuki lo ha spiegato con un esempio concreto: dai tempi della lavorazione de Il ragazzo e l’airone, uscito nel 2023, il regista si è progressivamente isolato dalle influenze esterne per concentrarsi soltanto sulla creazione. Nessun rumore di fondo, nessuna tendenza da inseguire.
Miyazaki e una tecnologia che ignora
C’è un passaggio dell’intervista che vale più di qualsiasi presa di posizione. Secondo Suzuki, Miyazaki non sa nemmeno cosa sia l’intelligenza artificiale generativa. Non ne ha sentito parlare, non gli interessa, non fa parte del suo orizzonte. Un dato che spiega bene la distanza tra il dibattito acceso sui social e la quotidianità di chi disegna a mano da mezzo secolo. Alla domanda su quale ruolo potrà avere lo Studio Ghibli in un panorama sempre più segnato dalle nuove tecnologie, il produttore ha risposto con ironia, citando proprio la definizione che l’intelligenza artificiale stessa fornisce quando le viene posto il quesito: “Lo Studio Ghibli si evolverà in un’entità culturale che dimostrerà cosa significa per gli esseri umani creare arte”. Una battuta che funziona su due livelli, perché usa lo strumento criticato per raccontare esattamente il motivo per cui quello strumento non basta.
A chiusura dell’intervista, Suzuki ha ribadito il concetto senza giri di parole: l’espressione artistica di Hayao Miyazaki resta una componente umana che né l’IA né la computer grafica possono replicare. Non una questione di software più o meno potenti, ma di qualcosa che nasce da una persona e dal suo modo di guardare le cose.
Il fenomeno delle immagini in stile Ghibli ha dunque avuto la parabola che il produttore aveva previsto: esplosione rapidissima, saturazione, calo. Nel frattempo lo studio ha continuato a lavorare come ha sempre fatto, con un nuovo film che ha già una data di uscita, anche se al momento la proiezione riguarda soltanto il Giappone.








