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Biochar dai fanghi fecali: il calcestruzzo che riduce la CO2

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Il calcestruzzo che teniamo sotto i piedi ogni giorno potrebbe un domani arrivare da un materiale che oggi cerchiamo soltanto di far sparire, cioè i fanghi che contengono feci umane. L’idea, va detto subito, si presta a una quantità industriale di battute, ma dietro la facciata comica c’è un problema molto concreto e molto pesante, quello delle emissioni legate al cemento.

Perché il punto è proprio quello. Il calcestruzzo, a guardarlo bene, non è il materiale più ecologico del pianeta, e la responsabilità ricade in gran parte sul suo ingrediente principale. Produrre cemento significa cuocere il calcare ad altissime temperature, e quel processo libera grandi quantità di CO2 nell’atmosfera. Da qui la ricerca di strade alternative, con un obiettivo tanto semplice da enunciare quanto complicato da realizzare, ovvero usare meno cemento senza che gli edifici ne paghino il prezzo in termini di solidità.

Cosa sono davvero i fanghi fecali

Prima di storcere il naso conviene capire di cosa si parla, perché il termine è fuorviante. I fanghi in questione non sono soltanto escrementi. Si tratta di quei residui semisolidi che vengono raccolti e trattati all’interno dei sistemi igienico sanitari e negli impianti di depurazione, quindi una miscela piuttosto eterogenea. Dentro ci si trova materiale fecale, acqua, urina, materia organica e altri residui che arrivano dalle reti di raccolta e dai processi di trattamento.

È un flusso di scarto enorme, continuo, che esiste in ogni città del mondo e che oggi rappresenta quasi esclusivamente un costo, sia economico sia ambientale. Trasformarlo in qualcosa di utile non è un esercizio di stile, è una questione di logica industriale, perché la materia prima è già disponibile e non va estratta da nessuna cava.

Il biochar entra nel cantiere

Chiarito il campo da gioco, la parte interessante arriva dalla ricerca. Un gruppo di lavoro guidato dall’ingegnere Raghuvesh Tiwari, della Manipal University di Jaipur, ha sperimentato il biochar ottenuto proprio dai fanghi fecali trattati. Il biochar, per chi non ha mai avuto motivo di incrociarlo, è un carbone vegetale poroso che si ottiene sottoponendo materia organica a un trattamento termico in assenza o quasi assenza di ossigeno. Il risultato è una polvere nera, stabile, che intrappola carbonio invece di rilasciarlo.

L’intuizione è quella di portare questo materiale dentro l’impasto, sostituendo una parte del cemento. Due vantaggi in uno, almeno sulla carta. Da un lato si riduce la quantità di cemento necessaria, e con essa la CO2 emessa durante la sua produzione. Dall’altro si dà una seconda vita a uno scarto che oggi finisce semplicemente smaltito, con tutti i costi di gestione che questo comporta.

La sfida tecnica, naturalmente, resta quella di sempre quando si prova a mettere mano a una ricetta collaudata da oltre un secolo. Il calcestruzzo deve reggere carichi, resistere nel tempo, comportarsi in modo prevedibile. Aggiungere un componente nuovo significa verificare che le prestazioni meccaniche non crollino, perché un materiale più sostenibile ma più fragile non è una soluzione, è solo un problema spostato più avanti nel tempo.

Il tema, al di là della curiosità che inevitabilmente suscita l’origine della materia prima, si inserisce in un filone di ricerca sempre più battuto, quello dei materiali da costruzione a basso impatto ricavati da rifiuti. La logica è quella dell’economia circolare applicata a un settore che muove volumi colossali, dove anche una riduzione parziale del cemento impiegato si traduce in numeri significativi sul fronte delle emissioni. E se la materia prima arriva da qualcosa che la civiltà umana produce senza sosta dall’inizio dei tempi, il problema della disponibilità, almeno quello, non si pone.

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