Vai al contenuto
Offerte

Donald Trump frena i CEO: l’AI non deve rallentare la corsa

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

Sul rallentamento dell’intelligenza artificiale si è aperto uno scontro che mette gli amministratori delegati del settore da una parte e la Casa Bianca dall’altra, con Donald Trump convinto che i vertici delle big tech stiano esagerando. Il punto di partenza è una lunga lettera aperta firmata da Dario Amodei, numero uno di Anthropic, che ha invitato l’industria a rallentare il passo e a gestire con più prudenza la corsa verso i modelli di frontiera. Un appello che ha trovato sponde inattese, e che ha immediatamente provocato una reazione politica piuttosto secca.

Amodei ha parlato di necessità di “pace the frontier”, cioè di calibrare la velocità con cui si spinge sui sistemi più avanzati. Non un passo indietro, ma un ritmo diverso. E a sorpresa, su X, sono arrivati i commenti di sostegno pubblico di Sam Altman di OpenAI ed Elon Musk, due che raramente si trovano d’accordo su qualcosa. Perfino Demis Hassabis, alla guida della divisione AI di Alphabet, ha offerto un appoggio prudente alla proposta, senza sbilanciarsi troppo.

Trump: “Chi vince l’AI, vince tutto”

La risposta politica è arrivata rapidamente e va in direzione opposta. Donald Trump ha liquidato le preoccupazioni dei dirigenti come un eccesso di allarmismo, spostando subito il discorso sul terreno che gli interessa davvero, cioè la competizione con Pechino. “Guardate, siamo davanti alla Cina sull’AI e, francamente, voglio che le cose restino così, perché chi vince l’intelligenza artificiale vince”, ha dichiarato secondo quanto riferito dal Financial Times.

Il ragionamento è semplice e non lascia molto spazio alle sfumature. Ogni frenata, dal punto di vista dell’amministrazione, rischia di trasformarsi in un vantaggio regalato ai concorrenti cinesi. Non c’è spazio per la discussione sui rischi tecnici o sulle capacità emergenti dei modelli, il tema viene inquadrato come una questione di primato industriale e, di riflesso, geopolitico. Una lettura che non sorprende, ma che stride parecchio con il tono usato da chi quei sistemi li costruisce ogni giorno.

Mike Johnson e il rischio “sicurezza nazionale”

Sulla stessa linea si è posizionato Mike Johnson, speaker della Camera, che ospite di Jake Tapper su CNN ha rincarato la dose. Secondo Johnson, correre a imporre restrizioni allo sviluppo dell’AI potrebbe rappresentare una vera e propria “minaccia alla sicurezza nazionale”. Un’inversione retorica interessante, perché di solito è proprio l’assenza di regole a essere descritta in quei termini.

L’invito dello speaker è stato esplicito, niente panico. “Se il Congresso si precipita e convoca una sorta di sessione d’emergenza per provare a regolamentare l’AI, perderemo la corsa contro la Cina”, ha detto. Tradotto, l’ipotesi di un intervento legislativo rapido viene archiviata prima ancora di essere discussa davvero, almeno nelle intenzioni della maggioranza.

Il quadro che ne esce è insolito. Da un lato ci sono le aziende che guidano lo sviluppo dei modelli più avanzati e che, con sfumature diverse, chiedono una forma di autolimitazione condivisa. Dall’altro c’è la politica americana che le invita a non rallentare, temendo che qualsiasi pausa si traduca in terreno perso. Le posizioni di Anthropic, OpenAI e Alphabet convergono su un punto che fino a poco tempo fa sembrava impensabile. Invece, l’esecutivo resta ancorato alla logica della gara a tutti i costi.

Per ora nessuna delle due parti sembra intenzionata a spostarsi. La lettera di Amodei ha comunque ottenuto un risultato concreto, portando allo scoperto un dibattito che nell’industria circolava da tempo a porte chiuse, con nomi di primo piano disposti a metterci la faccia pubblicamente.

Condividi:
198 Condivisioni