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Stoke Space ha deciso di giocarsi la partita più difficile dell’industria spaziale, quella del razzo completamente riutilizzabile, e per farlo ha appena chiuso la prima tranche di un round di finanziamento che vale circa 860 milioni di euro. Soldi destinati a due obiettivi ben precisi, il debutto orbitale e lo sviluppo della seconda generazione del vettore Nova. Con questa operazione il totale raccolto dall’azienda arriva a circa 2 miliardi di euro, una cifra che dice molto sulle aspettative degli investitori.
Il contesto è noto. SpaceX ha aperto la strada al recupero dei razzi e ha abbassato in modo netto i costi di accesso allo spazio, cambiando le regole del mercato. Da quel momento tutti gli altri hanno iniziato a inseguire, chi con più successo, chi con meno. Non si parla soltanto di programmi statali, come quelli cinesi che stanno lavorando per ottenere prestazioni comparabili, ma anche di un ecosistema privato statunitense sempre più affollato, dove diverse aziende hanno messo nel mirino gli stessi traguardi ambiziosi.
Perché il secondo stadio è l’ostacolo vero
Recuperare una parte del razzo, tipicamente il primo stadio, è già un risultato importante e permette di risparmiare parecchio su ogni lancio. Ma il salto di qualità sarebbe un altro, ovvero riportare a Terra il veicolo intero, secondo stadio compreso. E qui la faccenda si complica in modo consistente, perché quello stadio raggiunge velocità orbitali e rientrare in atmosfera a quelle condizioni significa affrontare temperature e sollecitazioni di un ordine di grandezza completamente diverso rispetto a un booster che si stacca a quota più bassa.
È per questo che la riutilizzabilità totale viene considerata una delle sfide più complesse del settore. Non è un problema di ingegneria incrementale, è un problema di sistema, che tocca materiali, protezione termica, propulsione e controllo del rientro. Chi ci riesce, in teoria, ottiene un vantaggio economico difficile da colmare per i concorrenti, perché il costo per chilogrammo in orbita crolla nel momento in cui nessun componente viene buttato via dopo una singola missione.
Il piano di Stoke Space e la scommessa su Nova
Stoke Space ha costruito la propria identità industriale proprio attorno a questa idea, e Nova rappresenta il veicolo con cui l’azienda intende dimostrare che la tesi funziona anche fuori dai banchi prova. Il capitale fresco serve intanto a portare il razzo al primo volo orbitale, passaggio obbligato per qualsiasi startup del settore, e poi a finanziare la generazione successiva del vettore, quella che dovrebbe consolidare l’architettura riutilizzabile.
Va detto che raccogliere quasi 2 miliardi di euro complessivi non significa automaticamente arrivare in orbita. La storia recente dell’aerospazio privato è piena di programmi ben finanziati che hanno accumulato ritardi o si sono fermati prima del traguardo. Allo stesso tempo, un round di questa dimensione racconta che i grandi investitori considerano credibile l’ipotesi di un secondo operatore capace di offrire lanci a basso costo con hardware recuperabile per intero, e non soltanto parzialmente.
Il mercato, del resto, ha fame di capacità di lancio. La domanda di messa in orbita di satelliti continua a crescere e la concentrazione su un unico fornitore dominante è vista come un rischio, sia dalle aziende commerciali sia dai clienti istituzionali. In questo quadro il progetto di razzo riutilizzabile firmato Stoke Space si presenta come una delle alternative più interessanti sul tavolo, con l’ambizione dichiarata di fare quello che finora nessuno ha portato a termine, cioè recuperare e rimettere in volo l’intero veicolo, dal primo all’ultimo stadio.








