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Starship 40, il recupero dall’Oceano Indiano durerà mesi

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Il recupero di Starship 40 si sta rivelando molto più lento del volo che lo ha portato dal Texas all’Oceano Indiano, e SpaceX ha messo le mani avanti: per rivedere quel razzo a Starbase serviranno diversi mesi. Il paradosso è evidente, considerando che il viaggio d’andata è durato circa 65 minuti per migliaia di chilometri, mentre il ritorno passa per rimorchiatori, navi da trasporto e soste in mezzo all’oceano.

Il lancio è avvenuto il 24 luglio dalla base di Starbase, nel sud del Texas. Durante il volo, di poco più di un’ora, il veicolo ha rilasciato 20 satelliti Starlink V3. Missione suborbitale, però, il che significa che quei satelliti dopo aver brevemente agganciato la rete si sono disintegrati rientrando in atmosfera, circa 20 minuti dopo il rilascio. Nessun incidente, era esattamente il piano: l’obiettivo non era mettere in orbita hardware operativo, ma verificare il sistema di rilascio del carico utile, tra le altre cose, mentre SpaceX prosegue verso un sistema di lancio completamente riutilizzabile.

Starship 40: la sorpresa dell’ammaraggio e il sollevamento in mare

Quello che nessuno si aspettava è che, a differenza degli stadi superiori precedenti, Starship 40 sia rimasto integro dopo l’ammaraggio. Difficile pensare a un riutilizzo, la struttura non è certo in condizioni da rimettere in volo, ma il valore per gli ingegneri è enorme: per la prima volta c’è un veicolo intero da esaminare pezzo per pezzo, invece di ricostruire tutto dalla telemetria o da qualche frammento galleggiante.

Portare a casa un oggetto lungo oltre 52 metri dall’Oceano Indiano, però, è un’operazione complicata. Prima mossa, spostarlo in acque più tranquille. Dopo circa 24 giorni in mare, la squadra di recupero ha guidato il veicolo verso la costa dell’Isola di Natale, territorio australiano che si trova a sud dell’Indonesia. Il rimorchiatore Normand Ranger, lungo quasi 90 metri, lo ha trainato dal punto di ammaraggio e lo ha tenuto in posizione vicino all’isola fino all’arrivo della nave da trasporto Forte, 216 metri di lunghezza.

Da lì la manovra è stata quasi da manuale, per chi lavora nel settore. Lo stadio superiore è stato legato al fianco di Forte, che ha riempito le casse di zavorra abbassando il ponte di carico sotto la superficie dell’acqua. Poi si è trattato di allineare il veicolo con una culla costruita su misura, appoggiata sul ponte sommerso. Ultimo passaggio, lo svuotamento delle casse: la nave è risalita lentamente sotto il razzo, sollevandolo fino a metterlo in posizione.

Farlo con un razzo è probabilmente una prima assoluta, ma il tipo di operazione non ha nulla di esotico. Lo ha spiegato bene Sal Mercogliano, esperto di trasporti marittimi e professore di storia, sul suo canale YouTube What’s Going On With Shipping?: “Navi come Forte fanno questo ogni giorno. È un’operazione molto comune nell’industria dello shipping, sia con oggetti grandi come questo, sia con chiatte, gru, navi, qualsiasi cosa”.

Cosa hanno già scoperto gli ingegneri

Non tutto è rinviato al rientro in Texas. Gli ingegneri hanno già prelevato campioni dello scudo termico, ottenendo quella che l’azienda definisce una conoscenza vitale su come lo stadio superiore ha gestito il rientro atmosferico. Sono dati che pesano, perché toccano il punto più delicato dell’intero programma: la protezione termica è da sempre il tallone d’Achille di qualunque veicolo pensato per volare, rientrare e ripartire.

Le informazioni raccolte serviranno a migliorare i prossimi progetti e le prossime missioni di Starship. L’obiettivo dichiarato di SpaceX, del resto, resta quello di far tornare i veicoli direttamente al quartier generale texano per la cattura al volo con le braccia della torre di lancio, evitando la deviazione decisamente più lunga attraverso l’Oceano Indiano e tutta la catena di navi che questa comporta.

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