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Stampa 3D, in Danimarca il più grande villaggio per studenti

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A Holstebro, in Danimarca, hanno appena tagliato il nastro sul più grande villaggio di residenze per studenti stampate in 3D mai realizzato, un complesso che mette insieme 36 appartamenti distribuiti su sei edifici per un totale di 1.650 metri quadrati. Non un prototipo, non una dimostrazione da fiera, ma alloggi veri, con cucina, bagno e zona notte, pronti a ospitare chi studia. E costruiti con una stampante che deposita calcestruzzo strato dopo strato, direttamente in cantiere.

Le metrature dei singoli appartamenti oscillano tra i 39 e i 50 metri quadrati, una taglia che in Europa corrisponde a un monolocale generoso o a un piccolo bilocale. Attorno agli edifici sono stati ricavati cortili e spazi verdi condivisi, e qui c’è un dettaglio che vale la pena sottolineare: circa il 90% degli alberi già presenti sull’area è stato mantenuto. Il progetto, inoltre, ha rispettato tutti i vincoli economici e normativi previsti, il che nel mondo dell’edilizia sperimentale non è affatto scontato.

Dodici mesi di cantiere e una stampante che lavora sul posto

La costruzione è durata dodici mesi e ha impiegato una stampante COBOD BOD3, alimentata con calcestruzzi a ridotto contenuto di carbonio. Alcuni elementi sono stati realizzati con MEVOcem, un materiale privo di cemento che consente una riduzione dell’84% delle emissioni di CO2 rispetto al calcestruzzo tradizionale. Tutti i pezzi stampati sono stati prodotti direttamente in loco, senza trasporti da stabilimenti esterni, il che accorcia la filiera e riduce ulteriormente l’impatto complessivo del cantiere.

Il punto interessante, però, non sta nell’aver stampato bene un singolo edificio. Quello ormai è stato fatto più volte, in diversi Paesi. La vera novità della stampa 3D applicata all’edilizia in questo caso è la ripetizione: sei cluster costruiti uno dopo l’altro, aumentando la velocità di esecuzione senza perdere precisione e, soprattutto, integrando le parti stampate con i sistemi costruttivi convenzionali. È il passaggio dalla curiosità tecnologica al processo industriale, quello che serve se si vuole davvero usare questa tecnica su scala urbana e non solo per esperimenti isolati.

Dentro gli appartamenti, tra soffitti inclinati e sughero

Tutti gli alloggi si trovano al piano terra. Varcata la porta si incontrano la cucina, la zona studio, il soggiorno, il bagno e l’area notte. Insomma, la distribuzione di una casa normale, con qualche vantaggio in più che deriva proprio dal modo in cui è stata costruita: i soffitti inclinati e le ampie vetrate portano dentro molta luce naturale, cambiando parecchio la percezione degli spazi rispetto a quello che ci si potrebbe aspettare da un alloggio universitario di quaranta metri quadrati.

I materiali raccontano il resto. Il cemento stampato in 3D convive con pannelli di sughero, vetro e strutture di copertura tradizionali, e il risultato è un linguaggio architettonico che riesce a essere funzionale senza risultare freddo. Chi immagina superfici grezze e ambienti da capannone resterà sorpreso: l’effetto complessivo è caldo, quasi domestico, con quelle nervature orizzontali tipiche della stampa che diventano una scelta estetica invece che un limite da nascondere.

Il modello danese, in fondo, prova a rispondere a un problema che conoscono bene anche molte città italiane, cioè la carenza cronica di residenze studentesche a costi sostenibili. Qui la risposta arriva da un mix di tempi di cantiere compressi, materiali a bassa impronta di carbonio e produzione sul posto degli elementi portanti. Con un dato che pesa più di ogni dichiarazione di intenti: sei edifici completati in un anno, tutti dentro i limiti di budget e di normativa fissati in partenza.

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