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Chi si trova a dover collegare due o più dispositivi alla rete partendo da un solo cavo prima o poi incrocia la domanda: meglio uno splitter Ethernet o uno switch di rete? La risposta, anticipandola subito, pende quasi sempre dalla parte dello switch, perché lo splitter passivo, quello economico che si trova ovunque a pochi euro, oggi ha senso in pochissimi casi. Capire perché richiede però una piccola incursione dentro il cavo, letteralmente. Un cavo Ethernet moderno, dallo standard Cat5e in su, contiene quattro coppie di fili di rame intrecciati, otto conduttori in totale. La maggior parte dei dispositivi attuali lavora a velocità gigabit e per farlo usa tutte e quattro le coppie, sia in trasmissione che in ricezione. Gli standard più vecchi, quelli fermi a 10 e 100 Mbps, si accontentavano invece di due coppie soltanto, lasciandone due libere. Ed è esattamente su quello spazio inutilizzato che nasce l’idea dello splitter.
Perché lo splitter Ethernet passivo conviene evitarlo
Uno splitter passivo non fa nulla di intelligente. Prende le quattro coppie del cavo e le divide in due connessioni da due coppie ciascuna, assegnando a ognuna la sua porta RJ45. Nessun chip, nessuna elettronica, nessuna gestione del traffico. Il risultato è duplice e in entrambi i casi poco allettante: la velocità massima resta inchiodata a 10/100 Mbps, e soprattutto serve una coppia di splitter, uno per ciascuna estremità della tratta.
Questo punto sfugge a molti. Non basta infilare un cavo nella porta LAN del router, collegarlo allo splitter e sperare che i due dispositivi vadano online. Il router, attraverso una singola porta fisica RJ45, non è in grado di dialogare separatamente con due apparecchi diversi. Lo splitter passivo si limita a rimescolare i cablaggi, quindi va replicato dall’altra parte per ricomporre il segnale. Se ne viene montato uno solo, con ogni probabilità uno dei due dispositivi non si connetterà affatto.
Splitter attivi: il compromesso minimo che funziona
Per uscire da questo vicolo cieco esiste lo splitter attivo, o alimentato. Costa qualcosa in più del cugino passivo, ma dentro ha vera elettronica di rete capace di smistare il traffico tra più porte. Di fatto, pur essendo venduto come splitter, è uno switch in miniatura: prende una connessione Ethernet in ingresso e restituisce più porte pienamente funzionanti in uscita. Riconoscerlo è semplice, basta cercare l’ingresso di alimentazione. Oltre a semplificare l’installazione, uno splitter attivo permette di sfruttare tutta la banda disponibile sul cavo, quindi anche le velocità gigabit e oltre. Va detto che se entrambi i dispositivi lavorano nello stesso momento, la connessione a monte resta comunque una sola e la banda viene condivisa tra i due.
Lo switch di rete resta la soluzione più elastica
Quando servono più di due porte, il discorso si chiude in fretta a favore di uno switch Ethernet tradizionale. Il prezzo non si discosta granché da quello di uno splitter attivo, ma la flessibilità è un’altra cosa: si va da modelli con una manciata di porte fino a soluzioni con decine di attacchi, comodissime quando la rete di casa cresce.
Oggi persino gli switch più economici gestiscono il Gigabit Ethernet, mentre salendo di fascia compaiono le porte da 2,5 Gbps. I modelli enterprise arrivano a 10 Gbps, ma è roba ampiamente sovradimensionata per un uso domestico. Uno switch da 2,5 Gbps rappresenta la via di mezzo sensata per chi vuole un apparecchio che duri qualche anno.
E qui entra in gioco un dettaglio che va oltre la velocità della linea internet. Chi usa un NAS per i backup o per servire film e serie tramite Plex si accorge subito della differenza: uno switch più veloce accelera in modo netto i trasferimenti tra i dispositivi della rete locale. Ovviamente serve che anche gli apparecchi coinvolti supportino i 2,5 Gbps, altrimenti il vantaggio resta sulla carta. In ambito casalingo basta uno switch non gestito, del tipo che propongono marchi come Netgear e TP-Link. Richiede l’alimentazione, poi si collega una porta al router e le altre restano libere per televisore, console e quant’altro. La scelta si riduce a due parametri: numero di porte necessarie e velocità massima che si prevede di usare. Per due soli dispositivi, invece, uno splitter attivo svolge il compito altrettanto bene.








