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Il primo data center orbitale di SpaceX ha finalmente una data, o almeno una promessa: quarto trimestre del 2027. Lo ha scritto Elon Musk in un post su X.com, spiegando che i primi satelliti dedicati al calcolo partiranno entro quella finestra temporale, per poi arrivare a una scala davvero significativa nel corso del 2028. Un annuncio che sposta un progetto considerato fino a poco tempo fa lontanissimo dentro un orizzonte quasi immediato.
Il contesto aiuta a capire la fretta. Dopo la fusione con xAI, che ha dato vita a SpaceXAI, la società non ha smesso di premere sull’acceleratore. C’è stata la quotazione in Borsa a giugno, poi la presentazione di AI1, il primo satellite AI dell’azienda. E sullo sfondo resta l’obiettivo dichiarato a lungo termine, quello che fa girare la testa a leggerlo: un milione di data center in orbita.
NVIDIA al centro di tutto, con Vera Rubin adattata allo spazio
La scelta tecnica è già stata fatta e non è una sorpresa. Dopo aver valutato per un periodo diversi design di chip, SpaceX ha deciso di affidarsi in via esclusiva a NVIDIA, la stessa azienda che equipaggia i supercalcolatori Colossus. Il sistema selezionato si chiama Vera Rubin NVL72 ed è una versione dell’architettura di calcolo di NVIDIA riadattata per funzionare fuori dall’atmosfera. Secondo Musk il risultato è nettamente più semplice, meno costoso, più denso e più leggero di un normale rack di server terrestre.
A bordo ci sarà anche la CPU Vera, pensata per accelerare Grok e la prossima generazione di agenti AI del gruppo. NVIDIA parla del primo processore costruito per gli agenti destinato a lavorare su larga scala, con il compito di gestire orchestrazione, esecuzione del codice e trattamento dei dati, tenendo le GPU sempre alimentate. Sulle dimensioni, AI1 non passerà inosservato: 70 metri di apertura per 20 metri di altezza, con una capacità di erogare fino a 150 kW di potenza di picco. Il design è modulare, dettaglio non banale, perché consentirebbe di sostituire i chip AI man mano che la tecnologia avanza, senza dover mandare in pensione l’intera struttura.
Perché lo spazio e quali nodi restano da sciogliere
L’idea di fondo è aggirare i limiti che stringono i data center a terra. Quelle infrastrutture consumano spazio, acqua ed elettricità in quantità enormi, e da tempo raccolgono critiche pesanti da parte di chi vive nei territori dove vengono costruite. In orbita quei vincoli cambiano natura, ma non scompaiono. Il calore, per esempio, va comunque smaltito: per questo l’azienda ha progettato un radiatore a liquido da 110 metri quadrati, blindato contro le micrometeoriti.
Sul fronte dei conti, SpaceX si è già assicurata partnership di peso, in particolare con Anthropic e Google, che dovrebbero contribuire a rendere sostenibile un’infrastruttura del genere. Musk, come sempre, guarda in grande e indica un traguardo da circa 860 miliardi di euro di fatturato annuo entro il 2030, con l’intelligenza artificiale come motore principale della crescita.
Poi ci sono le incognite, e non sono piccole. Starship, l’unico razzo capace di portare in orbita veicoli di quelle dimensioni, non è ancora operativo. E una parte della comunità scientifica ha già iniziato a interrogarsi sull’impatto ambientale di una costellazione così vasta, tema che tende a restare in secondo piano nelle presentazioni ufficiali. Elementi che, almeno finché l’amministrazione Trump resterà in carica, non sembrano destinati a rallentare i piani della società. Il calendario, per ora, è quello indicato da Musk: primi satelliti AI in volo nell’ultima parte del 2027, dispiegamento su larga scala nel 2028, hardware NVIDIA a bordo dal primo giorno.










