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Smartphone, spedizioni giù del 7%: colpa dei prezzi delle memorie

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Le spedizioni di smartphone hanno imboccato una discesa netta, con un calo del 7% rispetto al 2025, e la causa principale non è un improvviso disinteresse verso i telefoni nuovi ma qualcosa di molto più prosaico: i prezzi sono saliti, e sono saliti perché le memorie costano di più. È il quadro che emerge dal rapporto di CCS Insight, un documento che mette nero su bianco quello che in molti, dentro e fuori dal settore, avevano già messo in conto da mesi. Il meccanismo, a guardarlo bene, è quasi banale nella sua linearità. Quando il costo dei componenti aumenta, chi assembla gli smartphone si trova davanti a due strade: assorbire la differenza e vedere i margini assottigliarsi, oppure spostare il peso sul cartellino finale. La seconda opzione ha prevalso, e il risultato è arrivato puntuale sotto forma di listini più alti. A quel punto la reazione dei consumatori è stata quella prevedibile, ovvero rinviare l’acquisto, tenersi il telefono che già funziona, guardarsi attorno alla ricerca di alternative meno care.

La crisi delle memorie si scarica sul prezzo finale

La crisi delle memorie è il nodo centrale di tutta questa vicenda. I chip di memoria sono uno dei capitoli di spesa più consistenti nella distinta dei materiali di uno smartphone moderno, e quando il loro costo si impenna l’effetto si propaga lungo tutta la filiera senza troppe attenuazioni. Non si tratta di un rincaro marginale su un accessorio secondario, ma di una voce che pesa e che si sente eccome nel momento in cui il prodotto arriva sugli scaffali.

Da qui l’aumento dei prezzi che ha caratterizzato il passaggio dal 2025 al 2026, con un mercato globale che ha reagito riducendo i volumi. Il 7% in meno di spedizioni è una contrazione che nel settore fa rumore, perché parla di milioni di unità che non sono state consegnate ai rivenditori e quindi di acquisti che semplicemente non sono avvenuti nei tempi previsti. Un dato che, letto assieme al contesto, racconta una domanda che non è scomparsa ma si è spostata altrove.

Usato e ricondizionati diventano la valvola di sfogo

Ed è qui che entra in gioco l’altra metà della fotografia. Mentre il nuovo rallenta, il mercato dell’usato e dei ricondizionati cresce, raccogliendo esattamente quella fetta di pubblico che vuole cambiare telefono senza affrontare le cifre richieste per i modelli appena presentati. È un travaso, più che una fuga: chi ha bisogno di un dispositivo continua a comprarlo, solo che lo cerca in un canale dove il rapporto tra quello che si spende e quello che si ottiene torna a sembrare ragionevole. Il fenomeno ha una sua logica interna piuttosto solida. Gli smartphone di fascia alta di due o tre generazioni precedenti restano prodotti perfettamente utilizzabili, spesso con supporto software ancora attivo, e a prezzi che oggi risultano molto più attraenti del confronto con i listini aggiornati. In una fase in cui i rincari dominano la conversazione, quella differenza diventa decisiva per chi deve decidere come spendere.

Per i produttori la situazione è scomoda su più fronti. Da un lato la contrazione delle spedizioni di smartphone incide sui ricavi, dall’altro la crescita del ricondizionato sottrae potenziali clienti dal circuito del nuovo, creando una concorrenza interna al settore stesso. Il costo delle memorie, in questo senso, non ha solo alzato i prezzi: ha riscritto le abitudini di acquisto di una fetta consistente di utenti, spingendola verso un’alternativa che fino a poco tempo prima veniva considerata di ripiego e che ora si presenta come una scelta del tutto sensata.

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