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Sea Lion, il petrolio alle Malvinas che minaccia 300 specie

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Un progetto petrolifero situato ad appena 220 chilometri dalle isole Malvinas rischia di stravolgere uno degli ecosistemi marini più ricchi e fragili dell’Atlantico meridionale. Si chiama Sea Lion ed è gestito da due società, una israeliana e una britannica, e ha riacceso la disputa sulla sovranità dell’arcipelago tra Argentina e Regno Unito. Secondo diversi esperti argentini l’iniziativa non dispone di una valutazione di impatto ambientale approvata a Buenos Aires, dato che Londra e il governo delle isole non riconoscono la sovranità argentina, e c’è il pericolo concreto di uno sversamento in acque gelide. La giustizia argentina, dal canto suo, ha già emesso una misura cautelare che ordina di fermare tutto.

Le dimensioni dell’operazione sono notevoli. Stando alla denuncia presentata dall’Associazione argentina degli avvocati ambientalisti e dal Centro degli ex combattenti delle isole Malvinas di La Plata (CECIM), l’impianto in mare aperto potrebbe trattare circa 120.000 barili di greggio al giorno e 140 milioni di piedi cubi di gas naturale. La giudice federale Mariel Borruto ha disposto la sospensione delle attività richiamando i principi di prevenzione e precauzione previsti dalla normativa ambientale del Paese. Nel provvedimento si legge che il progetto avanza in modo illegale sulla piattaforma continentale argentina, senza le autorizzazioni che garantiscano l’assenza di danni ecologici nell’area.

Sea Lion: un unico ecosistema dalla Patagonia all’Antartide

Rafael Colombo, coordinatore per clima ed energia e consulente legale degli avvocati ambientalisti, elenca i rischi principali: trivellazioni, movimenti del fondale, traffico di imbarcazioni, inquinamento acustico sottomarino, uso di sostanze chimiche e fuoriuscite di petrolio. Pericoli che secondo lui fanno parte del DNA dell’industria degli idrocarburi offshore, con una lunga storia di esplosioni, incendi e perdite che hanno lasciato danni difficili o impossibili da riparare. Per via delle correnti, questi effetti potrebbero estendersi alle zone di alimentazione, riproduzione e migrazione della fauna tra il mare argentino, le isole e l’Antartide. In quelle acque vivono circa 300 specie di pesci oltre a balene franche australi, leoni ed elefanti marini, pinguini di Magellano, albatros, orche, delfini e squali.

Un lavoro guidato dal biologo Flavio Quintana del CONICET, reso noto nel 2022, ha confermato che le acque attorno alle Malvinas formano un solo ecosistema con il resto del mare patagonico. La ricerca, avviata nel 1997, si è basata su registratori elettronici applicati a cormorani, pinguini e petrelli giganti, e ha mostrato che queste specie si riproducono e si spostano tanto sulla piattaforma argentina quanto sull’arcipelago. Colombo cita poi il caso del leone marino, il cui habitat si trova vicino ai blocchi PL032 e PL004B individuati dalle aziende di Sea Lion. Il piano prevede due prime fasi con 23 pozzi sottomarini, di cui 16 produttivi, sei per l’iniezione d’acqua e uno di gas, insieme a condotte e a un’unità galleggiante di produzione e stoccaggio. La durata stimata è di 30 anni a partire dal 2028.

Lo scontro politico e il nodo del freddo estremo

A gestire il progetto è l’israeliana Navitas Petroleum, che ne detiene il 65%, mentre il restante 35% appartiene alla britannica Rockhopper Exploration. Nessuna delle due ha risposto alle richieste di chiarimento sulle critiche. Il presidente Javier Milei sostiene che lo sfruttamento degli idrocarburi in quella zona richieda un via libera nazionale e il suo esecutivo sta spingendo in Parlamento una legge sulla difesa della sovranità che inasprisce le sanzioni. Il 3 settembre Milei ha annunciato che le aziende coinvolte nell’arcipelago senza autorizzazione non potranno più operare in Argentina, promettendo anche una base navale nella Terra del Fuoco. L’annuncio è arrivato pochi giorni dopo che Donald Trump si era detto pronto a rivedere la posizione degli Stati Uniti sulla questione. Il governo delle isole, sostenuto da Londra, ha invece prorogato di cinque anni le licenze offshore, con la possibilità di aggiungerne altri due se verranno raggiunti gli obiettivi di lavoro.

Ciò che preoccupa di più la comunità scientifica sono le temperature estreme dell’area. Il ricercatore Hernán Pérez Orsi avverte che in caso di fuoriuscita il freddo rallenterebbe moltissimo la degradazione naturale del greggio, lasciando la contaminazione in acqua per decenni. Pesano anche le emissioni: secondo la denuncia la fase di sviluppo produrrebbe 9 milioni di tonnellate di CO2, un dato che Pérez Orsi mette a confronto con i 171 milioni emessi dall’intera Argentina nel 2024. L’esperto ricorda inoltre che le esplorazioni sismiche già condotte generano rumori fortissimi capaci di alterare il comportamento degli animali, dallo zooplancton alle grandi balene, fino a provocare lesioni e persino la morte nei casi più gravi. Dopo l’esplorazione arrivano le perforazioni, che portano con sé la minaccia di grandi sversamenti e la certezza di impatti diretti.

Fonte: TecnoAndroid

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