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Sanità sotto attacco: 393 mila dispositivi medici esposti al rischio cyber

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Quasi 393 mila tra dispositivi e piattaforme sanitarie risultano esposti a rischio cyber, secondo la fotografia scattata a livello globale nel mese di luglio 2026. Non si parla di computer d’ufficio o di server dimenticati in qualche sgabuzzino, ma di macchinari per le risonanze magnetiche, apparecchi per le radiografie e sistemi gestionali che tengono in piedi ospedali interi, oltre a piattaforme usate da regioni e Stati. E l’Italia compare tra i 15 paesi più esposti.

Il numero, da solo, dice già parecchio. Perché ogni voce di quel conteggio è un pezzo di infrastruttura che, in un modo o nell’altro, si affaccia sulla rete e può essere raggiunto. La sanità digitale ha portato vantaggi enormi, dalla refertazione a distanza alla condivisione immediata delle immagini diagnostiche, ma ha allargato allo stesso tempo la superficie su cui qualcuno può provare a mettere le mani.

Macchinari diagnostici e gestionali, il cuore del problema

Il punto delicato riguarda la natura degli apparati coinvolti. Un macchinario per la risonanza magnetica non è un telefono che si aggiorna da solo ogni due settimane. Sono strumenti costosi, certificati, pensati per durare anni e spesso legati a software che segue tempi di aggiornamento lenti, quando non addirittura fermi. Lo stesso discorso vale per le apparecchiature radiologiche, che convivono con reti ospedaliere costruite negli anni per stratificazione, senza un disegno unitario.

Accanto ai macchinari ci sono i sistemi gestionali, quelli che smistano cartelle cliniche, prenotazioni, referti, flussi amministrativi. Qui il rischio cambia di scala, perché non riguarda più il singolo reparto ma l’intera organizzazione, fino ad arrivare alle piattaforme regionali e nazionali. Un accesso non autorizzato a quel livello significa toccare i dati di milioni di persone in un colpo solo.

La manipolazione dei dati sanitari è il vero timore

Per anni la preoccupazione principale è stata il furto di informazioni, con i dati clinici finiti sul mercato nero perché valgono più di una carta di credito. Adesso però il timore che cresce è un altro e riguarda la manipolazione dei dati sanitari. Alterare un referto, modificare un parametro, intervenire su un’immagine diagnostica significa incidere direttamente sulle decisioni mediche che vengono prese dopo.È una minaccia più silenziosa di un attacco ransomware, che almeno si annuncia con schermi bloccati e richieste di riscatto. Un dato modificato non fa rumore. Può passare inosservato a lungo, e nel frattempo produrre conseguenze che nessun backup riesce a rimettere a posto.

L’Italia tra i paesi più esposti

La presenza dell’Italia nella lista dei 15 paesi più esposti non arriva come una sorpresa per chi segue il settore. Il sistema sanitario nazionale è vasto, articolato tra strutture pubbliche e private, con livelli di maturità tecnologica molto diversi da una regione all’altra e da un ospedale all’altro. Dove la cybersecurity sanitaria è stata affrontata con investimenti costanti la situazione regge, altrove i sistemi restano scoperti. La difficoltà, in una filiera così frammentata, sta nel fatto che la sicurezza complessiva vale quanto il suo anello più debole. Basta un dispositivo raggiungibile dall’esterno, magari installato anni fa e mai più toccato, per aprire una porta verso il resto della rete. E i 393 mila apparati censiti a livello globale raccontano proprio questo, ossia una quantità di punti di ingresso che nessuna struttura può permettersi di ignorare, tanto più quando in gioco ci sono diagnosi, terapie e la fiducia dei pazienti nel referto che si trovano tra le mani.

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