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Sostanze chimiche non dichiarate nel 98% dei prodotti testati

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Le sostanze chimiche non dichiarate sono state trovate praticamente ovunque, in quasi tutti i prodotti finiti sugli scaffali delle grandi catene statunitensi: parliamo del 98% degli articoli analizzati da un gruppo di ricercatori, un dato che mette in discussione l’affidabilità stessa delle etichette stampate dai produttori. Lo studio è stato pubblicato su Environment & Health e il messaggio che ne esce è piuttosto chiaro, cioè che leggere l’elenco degli ingredienti non basta più a sapere davvero cosa si porta a casa.

L’indagine ha preso in esame 113 prodotti suddivisi in 12 categorie diverse, tutte legate alla cura personale e alla pulizia domestica. Dentro ci sono detersivi per il bucato, creme solari, lozioni per bambini, shampoo, deodoranti, dentifrici. I nomi commerciali non sono stati resi pubblici nella relazione, ma i ricercatori hanno specificato dove quei prodotti erano in vendita: Amazon, Walmart, Target e Dollar Tree. Insomma, i canali di acquisto più battuti dai consumatori americani, non certo negozi di nicchia.

Prodotti “puliti” che puliti non sono

Il punto più spinoso riguarda proprio quei prodotti che si presentano come sicuri. Jenna Hua, scienziata ambientale del Million Marker Research Institute, ha spiegato che sono state trovate sostanze nocive non dichiarate in articoli che sulla confezione promettevano l’esatto contrario. La conseguenza è quasi paradossale: si può passare al setaccio l’intera lista degli ingredienti, scegliere con cura un prodotto etichettato come “pulito” e finire comunque esposti proprio a ciò che si voleva evitare.

Un’etichetta, del resto, non protegge nessuno se non riporta quello che c’è realmente dentro la bottiglia. E qui entra in gioco un tema che riguarda tutti, non solo chi mastica chimica per lavoro. Nessuno dovrebbe aver bisogno di un laboratorio in casa per capire cosa si sta spalmando sulla pelle o cosa si versa in lavatrice, come ha sottolineato la stessa Hua, aggiungendo che la prossima generazione di sistemi di sicurezza dei prodotti dovrà guardare oltre l’etichetta e verificare cosa è effettivamente presente nella formulazione.

Il buco normativo tra fragranze e ingredienti botanici

C’è una ragione precisa dietro questi risultati, e non è sempre la malafede. Per alcune categorie di sostanze le aziende non hanno alcun obbligo legale di dichiarare tutto. Il caso più eclatante è quello delle fragranze: sotto quella singola parola possono nascondersi decine di composti diversi, coperti dal cosiddetto segreto commerciale e quindi mai esplicitati in confezione. Un termine ombrello che finisce per funzionare come una scatola chiusa.

Discorso simile, anche se per motivi differenti, per gli estratti botanici. I ricercatori hanno ricordato che un derivato vegetale può contenere centinaia di singole sostanze chimiche. Il fatto che siano di origine naturale non le rende automaticamente innocue, anzi, in diversi casi possono risultare dannose e per questo andrebbero dichiarate come tutte le altre. L’equazione naturale uguale sicuro, insomma, regge poco alla prova dei fatti.

Cosa chiedono i ricercatori

Le richieste avanzate dal gruppo di lavoro vanno in due direzioni. La prima riguarda i test sui prodotti finiti, quelli già confezionati e pronti per lo scaffale, non sulle singole materie prime prima dell’assemblaggio. La seconda punta invece sulla tracciabilità: servono metodi migliori per seguire le fonti di contaminazione lungo tutta la catena di approvvigionamento, così da capire da dove arrivino davvero i composti non dichiarati che poi si ritrovano nei prodotti di consumo.

Sono due passaggi tecnici, ma con una ricaduta molto concreta sulla vita quotidiana di chi fa la spesa. Perché il diritto a sapere cosa si acquista, secondo chi ha firmato la ricerca, non dovrebbe dipendere dalla buona volontà del produttore di turno.

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