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Samsung e SK Hynix dicono no a KEPCO: 17 miliardi anticipati

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Samsung e SK Hynix hanno detto no alla proposta di KEPCO, l’azienda elettrica pubblica sudcoreana, che chiedeva ai due colossi dei semiconduttori di pagare in anticipo una cifra monstre, circa 18,7 miliardi di dollari, ovvero intorno ai 17 miliardi di euro, a copertura delle future bollette elettriche del cluster dei chip. Il motivo del rifiuto, messo nero su bianco in un documento, è tutto sommato semplice da riassumere: nessuno dei due gruppi si sente di scommettere oggi su quanta domanda di chip ci sarà tra molti anni.

La questione tocca un nodo che in Corea del Sud è diventato centrale. Costruire un polo produttivo per i semiconduttori significa costruire anche tutto quello che gli sta attorno, a partire dall’energia. E l’energia, per le fabbriche di memorie e logica, non è una voce di spesa qualsiasi: è una delle più pesanti in assoluto, quella che condiziona i margini quando i prezzi dei chip scendono.

Perché KEPCO aveva chiesto i soldi in anticipo

L’idea di KEPCO era quella di incassare subito una quota enorme di consumi non ancora avvenuti. Un anticipo, di fatto, che avrebbe alleggerito la posizione finanziaria dell’utility e reso più gestibile lo sforzo infrastrutturale necessario a portare corrente al cluster dedicato ai chip. Una richiesta che, vista dalla parte di chi la formula, ha una sua logica industriale.

Dal lato opposto del tavolo, però, il ragionamento cambia completamente. Per Samsung e per SK Hynix accettare avrebbe significato bloccare risorse ingentissime su un orizzonte lungo, senza avere la minima garanzia che i volumi di produzione previsti si traducano davvero in consumi elettrici corrispondenti. Il settore dei semiconduttori vive di cicli, alterna anni di scarsità e anni di sovraccapacità, e impegnarsi oggi su una cifra da 17 miliardi di euro circa vuol dire ipotecare una parte consistente della flessibilità finanziaria futura.

L’incertezza sulla domanda di chip pesa più di tutto

Nel documento che riporta il rifiuto, la motivazione indicata dalle due aziende è proprio l’incertezza sulla domanda di chip nel lungo periodo. Non si tratta di una formula diplomatica per dire di no: è il cuore del problema. Nessun produttore, per quanto grande, è in grado di dire con precisione quanta capacità servirà tra dieci o quindici anni, e quindi quanta elettricità verrà effettivamente assorbita dagli impianti.

Pagare in anticipo bollette che si riferiscono a consumi ipotetici significa trasferire un rischio intero dal fornitore al cliente. Ed è un rischio che né SamsungSK Hynix hanno voluto prendersi, nonostante la pressione che accompagna qualsiasi progetto infrastrutturale di queste dimensioni.

Il risultato è uno stallo su una delle voci più delicate dell’intero piano. Perché il cluster dei chip ha bisogno di reti, linee di trasmissione, capacità di generazione, e tutto questo costa. Chi debba mettere i soldi sul tavolo per primo, e con quali garanzie, è esattamente il punto su cui le posizioni non si sono avvicinate.

Per ora, insomma, la proposta di prepagamento avanzata dall’utility pubblica resta lettera morta, respinta da entrambi i produttori di memorie coinvolti nel progetto. Le due aziende hanno messo per iscritto la loro contrarietà, indicando l’imprevedibilità del mercato dei semiconduttori come ragione principale del rifiuto.

Fonte: TecnoAndroid

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