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Robot umanoidi militari, la Cina punta al campo di battaglia

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Da anni i robot umanoidi vengono mostrati al pubblico mentre corrono, saltano, fanno capriole e si rialzano dopo una spinta, e la domanda che circola da tempo è sempre la stessa: a cosa servono davvero, al di là dello spettacolo. Oltre all’impiego produttivo, che nei modelli di ultima generazione si sta facendo strada in modo concreto, c’è un’altra direzione che alcuni paesi stanno guardando con attenzione crescente. Quella militare. E la Cina sembra muoversi con più decisione di altri, con l’ipotesi che macchine di questo tipo possano finire sul campo di battaglia entro dieci anni.

Il punto di partenza è banale solo in apparenza. Un robot con due gambe, due braccia e proporzioni simili a quelle di una persona può muoversi negli ambienti che le persone hanno costruito per sé stesse. Non è una considerazione estetica, è una questione pratica.

Robot umanoidi militari: perché la forma umana conta

Scale, porte strette, corridoi, ponti di una nave, tunnel. Per la maggior parte dei veicoli terrestri senza equipaggio questi elementi rappresentano ostacoli difficili da superare, in certi casi insormontabili. Un cingolato o un mezzo a ruote può cavarsi d’impiccio su terreno aperto, ma davanti a una rampa di scale si ferma. Un umanoide, almeno sulla carta, no.

È probabilmente questa caratteristica ad aver attirato l’interesse dell’Esercito Popolare di Liberazione, che sta spingendo per accorciare i tempi di passaggio dai laboratori alle esercitazioni. Il tema, insomma, non è più soltanto la ricerca. È il trasferimento della tecnologia in un contesto operativo, con prove concrete e non soltanto demo controllate.

Va detto che si tratta di una scelta con una logica industriale precisa. Costruire un mezzo dedicato per ogni tipo di ambiente costa molto e richiede tempo. Costruire invece una piattaforma che si adatta agli spazi già esistenti, quelli pensati per gli esseri umani, semplifica il problema alla radice.

Squadre miste, non eserciti di soldati robotici

L’immaginario collettivo va subito al battaglione di androidi autonomi che avanza da solo. Lo scenario studiato dai ricercatori cinesi è diverso e, in un certo senso, meno cinematografico. Si parla di squadre miste, composte per esempio da umanoidi, robot quadrupedi e veicoli senza equipaggio, che operano affiancando i militari invece di sostituirli.

Il caso d’uso più citato riguarda l’ingresso in edifici occupati. Le macchine entrano prima, controllano stanze e piani, verificano la presenza di minacce. I soldati restano indietro e non vengono esposti immediatamente al fuoco nemico. È un ribaltamento delle priorità: la prima cosa che attraversa una porta non è una persona.

Questo tipo di impostazione riduce anche il peso del problema dell’autonomia decisionale. Se il robot lavora dentro una squadra, insieme a operatori umani che coordinano l’azione, non serve che prenda decisioni complesse da solo. Serve che si muova bene, che raccolga informazioni e che regga l’ambiente in cui viene mandato.

Resta il fatto che il salto dalle esercitazioni all’impiego reale non è automatico, e che le difficoltà tecniche di un robot umanoide in condizioni ostili sono di un ordine diverso rispetto a quelle di una fabbrica o di un magazzino. Polvere, macerie, rumore, superfici irregolari, batterie che si scaricano. Sono tutti elementi che in laboratorio si controllano e in un contesto operativo no.

Nel frattempo la spinta cinese continua, con l’obiettivo dichiarato di portare queste piattaforme fuori dai centri di ricerca e dentro le attività di addestramento nel giro dei prossimi anni.

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