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La psicosi postpartum è tornata al centro del dibattito clinico e giudiziario per via del processo a Lindsay Clancy, in Massachusetts, dove la questione non è stabilire se abbia ucciso i suoi tre figli, ma se al momento dei fatti fosse penalmente responsabile. Clancy, ex infermiera ostetrica, ha ucciso Cora, cinque anni, Dawson, tre anni, e Callan, otto mesi, nella casa di famiglia nel gennaio 2023. La difesa sostiene che la psicosi postpartum le abbia impedito di comprendere o controllare le proprie azioni. L’accusa ribatte che abbia agito in modo deliberato, consapevole del fatto che quanto stava facendo era sbagliato.
Il punto che i medici ripetono da tempo, e che il caso ha riportato in superficie, è che questa condizione viene spesso scambiata per depressione postpartum. Non sono la stessa cosa, e la psicosi non è semplicemente una depressione più grave.
Psicosi e depressione postpartum: disturbi diversi, non due gradini della stessa scala
La depressione postpartum riguarda soprattutto l’umore: tristezza persistente, ansia, senso di colpa, spossatezza, difficoltà a creare un legame con il neonato. La psicosi postpartum implica invece una perdita di contatto con la realtà, con allucinazioni, deliri, confusione estrema, paranoia o mania. Arriva quasi sempre all’improvviso e richiede una valutazione medica urgente.
Nel processo, il 24 agosto lo psicologo forense Kirk Heilbrun, testimone dell’accusa, ha dichiarato di aver escluso una psicosi acuta con allucinazioni imperative. Il dottor Phillip J. Resnick, psichiatra forense chiamato dalla difesa, ha invece sostenuto che Clancy soffrisse di disturbo bipolare e stesse attraversando una psicosi postpartum. Sono valutazioni opposte, e proprio lì si gioca la decisione della giuria. L’avvocato Kevin Reddington ha aggiunto un altro elemento: alla donna sarebbero stati prescritti 13 farmaci psichiatrici nell’arco di quattro mesi.
Sui numeri, gli studi statunitensi indicano che la depressione postpartum colpisce tra il 10 e il 15% delle donne, mentre la più ampia revisione globale finora disponibile alza la stima al 17,2%, con differenze marcate per area geografica e reddito. Può comparire in qualunque momento entro il primo anno dal parto. Yasmeen Ibrahim, psicologa terapeuta specializzata in età adulta e perinatalità presso Sage Clinics, spiega che il rischio si concentra sulle madri al primo figlio, spesso prive di una rete di supporto, lontane dalle famiglie o senza aiuto in casa e da parte del partner.
C’è anche il tema dell’identità che cambia di colpo. Una donna, prima di diventare madre, ricopre molti ruoli, e all’improvviso tutti gli altri si fermano. Da qui il senso di essere schiacciate dalle richieste di un neonato, con difficoltà nel legame, ansia crescente, rabbia, colpa, esaurimento. Nei casi più seri diventa complicato perfino mangiare, lavarsi, occuparsi di sé.
Quanto è rara e come si riconosce
La psicosi puerperale riguarda circa una o due madri ogni mille parti. I sintomi compaiono in genere nelle prime due settimane dopo il parto, a volte più tardi. Il rischio è maggiore per chi ha precedenti di psicosi, familiarità con il disturbo bipolare e, di nuovo, per le madri al primo figlio.
Tra i segnali: pensiero disorganizzato, deliri, allucinazioni, paranoia, confusione, cambiamenti comportamentali evidenti. Ibrahim racconta di pazienti che dicono cose strane o riferiscono di vedere e sentire cose. L’umore può oscillare rapidamente tra euforia e depressione grave. L’insonnia è spesso un campanello d’allarme precoce. In alcuni casi le allucinazioni includono voci che ordinano alla madre di farsi del male o di farne al bambino. Le revisioni cliniche segnalano un problema pratico non da poco: non esiste uno strumento di screening dedicato. I questionari abituali, come la scala di Edimburgo, cercano solo segni di depressione.
Un’emergenza psichiatrica, non un caso ambulatoriale
I casi di psicosi postpartum vengono sempre gestiti in regime di ricovero. Non trattata, la condizione è stata associata a un rischio stimato del 4% di infanticidio e può esporre la madre al suicidio. L’indicazione è rivolgersi direttamente al pronto soccorso.
Il dottor Girish Banwari, psichiatra negli Emirati Arabi Uniti, spiega che la psicoterapia può bastare per le forme di depressione da lievi a moderate, mentre la psicosi richiede farmaci e assistenza specialistica immediata. Quando il rischio suicidario o omicidiario è alto, o in presenza di allucinazioni, si può valutare la terapia elettroconvulsivante, che agisce più in fretta dei farmaci. La procedura induce una convulsione breve e controllata in anestesia generale, con un miorilassante a limitare il movimento.
Si usano antipsicotici, benzodiazepine, stabilizzatori dell’umore o combinazioni. Alcuni passano nel latte materno, e la scelta sull’allattamento dipende dal farmaco, dal dosaggio e dallo stato di salute di madre e bambino. Gli antidepressivi richiedono cautela quando si sospetta un disturbo bipolare, perché possono innescare mania. La terapia elettroconvulsivante può causare confusione temporanea, mal di testa e problemi di memoria, mentre le complicanze gravi restano rare. Nel recupero, aggiunge Ibrahim, si lavora per ricostruire la relazione tra madre e bambino, anche con EMDR e psicoterapia psicodinamica.










