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Project Suncatcher: Google testerà le sue TPU in orbita nel 2026

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Google vuole spostare una parte dell’infrastruttura per l’intelligenza artificiale fuori dalla Terra e con Project Suncatcher si prepara al primo vero banco di prova in orbita. L’obiettivo è capire se un giorno sarà possibile costruire data center orbitali abbastanza grandi e robusti da sostenere modelli di IA sempre più affamati di potenza di calcolo. Il primo passo sarà un satellite prototipo realizzato insieme alla società Planet, che partirà con la missione Transporter 18 di SpaceX prevista per ottobre 2026.

A bordo ci saranno le Tensor Processing Unit, le TPU, acceleratori progettati da Google per il machine learning e già impiegati nei suoi centri di calcolo terrestri. Per la prima volta verranno messe alla prova direttamente nello spazio, dove dovranno sopportare le vibrazioni del lancio, le radiazioni, il vuoto e forti sbalzi termici. Non si tratta ancora di un vero data center in orbita ma di un esperimento condotto in uno degli ambienti più ostili per l’hardware, dove manca perfino l’aria per disperdere il calore.

L’energia del Sole come motore del progetto

Project Suncatcher nasce nel 2025 come uno dei “moonshot” di Google, cioè le iniziative più ambiziose e complesse, quasi al limite della fantascienza. Il traguardo è distribuire la capacità di calcolo tra costellazioni di satelliti alimentati dal Sole, ciascuno con decine di TPU a bordo e collegato agli altri tramite comunicazioni ottiche, fino a formare nello spazio un’unica grande infrastruttura.

Travis Beals, Senior Director e responsabile del progetto, ammette che la prima reazione di molti è considerarla un’idea folle e pensare che ci sia per forza un motivo per cui non può funzionare. “Noi abbiamo cercato proprio quel motivo e abbiamo scoperto che, almeno in linea di principio, l’idea è possibile” ha spiegato, ricordando che il Sole è la fonte di energia più abbondante del sistema solare. Secondo Google un pannello solare in orbita può produrre fino a otto volte più energia di uno analogo sulla Terra, grazie a un’esposizione continua senza nuvole né atmosfera a limitarne il rendimento. Maria Biggs, Director of Engineering, sottolinea che tra le orbite studiate quella alba tramonto è particolarmente adatta perché garantisce ai pannelli luce quasi ininterrotta.

Radiazioni, calore e laser: le sfide ancora aperte

Prima ancora di immaginare reti di satelliti bisogna capire se i chip arrivano interi. Il viaggio verso l’orbita bassa dura pochi minuti ma comporta accelerazioni fino a dieci volte la forza di gravità, con sollecitazioni sui singoli componenti che possono toccare 50 o 100 g. Google ha riprodotto queste vibrazioni lungo tutti e tre gli assi e i primi risultati sono stati positivi. Le TPU Trillium sono poi state portate al Crocker Nuclear Laboratory della University of California, Davis, ed esposte a un fascio di protoni mentre svolgevano calcoli tipici dell’IA. Hanno retto una dose totale di radiazioni superiore a quella prevista in cinque anni di permanenza nello spazio.

Resta poi il nodo del raffreddamento. Nel vuoto aria e liquidi non bastano e Google sta valutando sistemi che trasferiscono il calore dei chip verso radiatori esterni, provati prima del lancio in camere a vuoto termico. Il problema è soprattutto di proporzioni perché i radiatori smaltiscono qualche centinaio di watt per metro quadrato, mentre una TPU può generarne migliaia in uno spazio grande più o meno quanto il palmo di una mano. Un futuro impianto in orbita avrebbe quindi bisogno di superfici enormi dedicate soltanto a questo compito.

Anche le connessioni vanno ripensate da zero. Senza fibra ottica tra un satellite e l’altro la soluzione scelta sono i collegamenti laser, che però in questo caso devono offrire una larghezza di banda molto elevata tra satelliti relativamente vicini, perché i chip dovrebbero lavorare come se si trovassero nello stesso edificio. In laboratorio Google ha già raggiunto 800 gigabit al secondo in ciascuna direzione, ma in orbita la difficoltà sarà mantenere stabile il segnale mentre tutto si muove. I ricercatori lo paragonano a colpire un bersaglio grande quanto una moneta da chilometri di distanza, con bersaglio e tiratore entrambi in movimento. Ogni satellite dovrà quindi conoscere con grande precisione la propria posizione e quella degli altri.

Dopo Transporter 18, che dovrà fornire i dati sul comportamento reale delle TPU nello spazio, nel 2027 Google punta a lanciare due satelliti per sperimentare direttamente il collegamento ottico tra loro, avvicinandosi alla configurazione immaginata con decine di TPU per satellite coordinate come parti di un unico grande data center orbitale.

Fonte: TecnoAndroid

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