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La possibilità di parlare con gli animali smette di sembrare una fantasia da libro per bambini nel momento in cui qualcuno decide di prendere la questione sul serio, con metodo e strumenti scientifici. È esattamente il terreno su cui si muove Project CETI, l’iniziativa che ha scelto i capodogli come punto di partenza per capire se una vera comunicazione tra specie diverse sia qualcosa di raggiungibile o soltanto un desiderio umano proiettato sul resto del pianeta. A guidare la riflessione c’è David Gruber, tra le voci più riconoscibili del progetto, che affronta la domanda senza scorciatoie: fino a che punto è possibile intendersi davvero con un’altra forma di vita.
Il punto interessante, forse controintuitivo, è che il percorso non comincia dal parlare. Comincia dall’ascolto. Prima di immaginare uno scambio di frasi, serve raccogliere quello che i capodogli si dicono tra loro, capire se esistono strutture ricorrenti, se certi suoni tornano in determinati contesti, se c’è qualcosa che assomiglia a un’organizzazione interna. Un lavoro paziente, molto meno spettacolare di quanto il tema suggerisca, e proprio per questo credibile.
Perché proprio i capodogli
La scelta di questi animali non è casuale. I capodogli sono creature sociali, vivono in gruppi, si spostano e comunicano in un ambiente dove la vista conta poco e il suono conta molto. In acqua profonda, dove la luce si perde in fretta, l’acustica diventa il canale principale. Studiare una specie che affida gran parte della propria vita di relazione ai suoni offre un vantaggio evidente a chi cerca tracce di linguaggio, o almeno di un sistema di segnali sufficientemente complesso da poter essere analizzato.
C’è poi una questione di scala. Un cetaceo di quelle dimensioni, con quel tipo di cervello e quella struttura sociale, rappresenta un caso limite affascinante per chiunque si interroghi sulla comunicazione tra specie. Non si tratta di insegnare parole umane a un animale, operazione già tentata in passato con altri soggetti e con risultati sempre discutibili. Si tratta del contrario: provare a entrare nel loro sistema, non a costringerli nel nostro.
Il confine tra decifrare e comprendere
Qui si apre il nodo più delicato, quello che David Gruber non nasconde. Riconoscere schemi non equivale automaticamente a capire significati. Un modello matematico può individuare regolarità in una massa enorme di registrazioni, ma il salto verso il senso è un’altra faccenda, e riguarda tanto la biologia quanto la filosofia. Cosa vuol dire comprendere un altro essere vivente quando le sue esperienze, i suoi sensi e il suo mondo sono radicalmente diversi dai nostri.
Il rischio, in queste ricerche, è sempre lo stesso: leggere nei dati quello che si spera di trovare. L’approccio di Project CETI punta a tenere la barra dritta, accumulando materiale e verificando ipotesi invece di annunciare traduzioni pronte all’uso. Una prudenza che, in un campo dove le suggestioni corrono più veloci delle prove, vale parecchio.
Resta il fatto che la domanda iniziale continua a esercitare una forza notevole. Immaginare un dialogo con i capodogli significa mettere in discussione l’idea che il linguaggio sia una prerogativa esclusivamente umana, e accettare che intorno a noi esistano conversazioni in corso da milioni di anni, semplicemente in una forma che nessuno aveva mai provato a decifrare con questi strumenti. Il primo passo, ribadisce Gruber, è smettere di parlare e mettersi in ascolto.
Fonte: TecnoAndroid








