Capire quando un computer ha fatto il suo tempo non è mai semplice, ma ci sono alcune porte obsolete che parlano chiaro. C’è chi tiene in vita un PC di dieci anni senza il minimo problema, e chi invece corre a cambiare la scheda grafica pur avendo hardware appena uscito dalla generazione precedente. Questione di testa, in fondo. Il vero segnale d’allarme arriva però quando i connettori che si usano da anni non riescono più a dialogare con le periferiche moderne. Ecco allora cinque porte che nel 2026 possono ormai considerarsi archeologia informatica.
La prima è la VGA, il Video Graphics Array. Chi ha ancora un vecchio monitor o una scheda video con questa uscita ormai è una mosca bianca. Serve un adattatore per farla funzionare, e per fortuna si trova ancora. Introdotta da IBM nel 1987, per anni è stata il connettore da infilare tra scheda video e monitor. Il termine indica sia lo standard sia il connettore a 15 pin, e usa segnali analogici per trasmettere il video. Peccato che non riesca a gestire le risoluzioni alte, i refresh elevati e l’HDR che oggi diamo per scontati. All’inizio arrivava a una modalità 640 x 480 con 16 colori, poi le versioni successive hanno spinto fino a 2.048 x 1.536 con colore a 24 bit.
Segue la DVI, la Digital Visual Interface, un altro cavo che è finito nel dimenticatoio. Le nuove schede grafiche, i monitor e i portatili quasi non la montano più, e chi ha hardware datato di solito si arrangia con un adattatore da HDMI o DisplayPort. Arrivò nel 1999 grazie al Digital Display Working Group, come passo successivo alla VGA, anche se per molto tempo le due tecnologie hanno convissuto sugli stessi dispositivi. La DVI offriva una connessione digitale pensata per gli LCD a schermo piatto, con una variante ibrida (DVI-I) capace di gestire sia analogico sia digitale, mentre la DVI-D era solo digitale. Esistevano versioni single-link e dual-link, quest’ultima capace di arrivare a 2.560 x 1.600 oppure 1080p a 144Hz. Poi sono arrivati HDMI e DisplayPort, e la DVI è passata di moda.
FireWire, PS/2 ed eSATA, i connettori che il tempo ha superato
La IEEE 1394 è quella che quasi tutti conoscono come FireWire. Nacque tra la fine degli anni Ottanta grazie ad Apple, insieme ad aziende come Sony (con il nome i.LINK) e Panasonic, per gestire trasferimenti dati ad alta velocità. Oggi è di fatto scomparsa, anche se qualcuno ha ancora una vecchia videocamera o un hard disk esterno che la usa. Per farli andare serve un adattatore Thunderbolt-FireWire o una scheda PCIe dedicata. Esistevano due versioni principali, la FireWire 400 e la 800, con quest’ultima più recente e compatta. Debuttò su alcuni Macintosh, poi nel 2011 arrivò Thunderbolt e nel 2016 Apple mandò definitivamente in pensione gli ultimi Mac con questa porta.
C’è poi la PS/2, che col nome ricorda la PlayStation ma non ha nulla a che vedere con la console Sony. Serve a collegare tastiere e mouse, ed è quel connettore mini-DIN a 6 pin che molti hanno visto almeno una volta. Introdotta nel 1987 con la serie IBM Personal System/2, sopravvive ancora oggi in piccola parte. USB l’ha quasi cancellata, eppure la PS/2 ha un asso nella manica. Le periferiche USB funzionano tramite polling, cioè il PC controlla di continuo se ci sono input, mentre la PS/2 usa gli interrupt, quindi è la periferica a segnalare l’informazione al computer. Alcuni appassionati e overclocker sostengono che ne derivi una latenza leggermente più bassa. Per la stragrande maggioranza degli utenti, però, il polling dell’USB va più che bene.
Chiude la lista la eSATA, ovvero External Serial ATA, standardizzata nel 2004 per usare i dischi SATA fuori dal case. Agli esordi superava l’USB 2.0, raggiungendo le velocità di SATA II e SATA III e rendendo i dischi esterni rapidi quanto quelli interni. Il difetto era che dati e alimentazione viaggiavano separati, quindi serviva un alimentatore a parte. Chi ha ancora un vecchio box o dock per hard disk potrebbe trovarla, ma è una porta ormai spenta, difficile da vedere su hardware recente. Con l’arrivo dell’USB 3.0, la eSATA è finita presto nel cassetto dei ricordi.