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C’è un cratere enorme sulla superficie di Phobos, la luna più interna di Marte, e potrebbe custodire la risposta a una domanda che i planetologi si trascinano dietro da decenni: da dove arriva questo satellite dalla forma irregolare. Si chiama Stickney ed è la cicatrice più vistosa di tutto il corpo celeste. Sotto di essa, secondo un gruppo di ricercatori tedeschi, potrebbe nascondersi una zona di materiale compresso e più denso, una specie di firma lasciata dall’impatto che aiuterebbe a distinguere tra le due ipotesi in campo.
Le possibilità sono sostanzialmente due. La prima vuole Phobos come un asteroide catturato dalla gravità marziana, finito in orbita per caso e rimasto lì. La seconda lo descrive come il prodotto di detriti scagliati nello spazio dopo che un oggetto gigantesco colpì Marte, detriti che avrebbero poi formato un disco attorno al pianeta e da lì le due lune, Phobos e Deimos. A sostenere l’ipotesi della cattura ci sono le proprietà spettrali del satellite e i modelli di cattura asteroidale. Ma nessuno ha ancora chiuso la partita.
Cosa c’è sotto il cratere Stickney
Il nodo, spiegano Benjamin Haser e Thomas Andert in uno studio pubblicato sulle Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, è che dell’interno di Phobos si sa pochissimo. Le stime attuali parlano di una struttura porosa, forse con presenza di ghiaccio d’acqua, e di una concentrazione di materiale più densa verso la regione equatoriale. Poca roba, considerando quanto peso ha questa informazione nel dibattito.
Il cratere Stickney, con i suoi 9 chilometri di diametro, funziona come una sorta di orologio. Se Phobos nacque dai detriti di un impatto gigante su Marte, la collisione che ha scavato Stickney sarebbe avvenuta circa 4,2 miliardi di anni fa. Se invece si tratta di un asteroide catturato, lo stesso urto potrebbe essere molto più recente, intorno a 2,6 miliardi di anni fa. Una differenza di quasi due miliardi di anni, non un dettaglio.
Haser, dottorando in scienze planetarie alla Universität der Bundeswehr München, ha presentato questo lavoro all’assemblea generale della European Geosciences Union a Vienna. L’idea è modellare i cosiddetti osservabili geofisici, cioè il campo gravitazionale, i momenti di inerzia e l’ampiezza della librazione, quel piccolo oscillare che il satellite compie mentre ruota. Variazioni minime, quasi impercettibili, che però raccontano come è distribuita la massa all’interno.
C’è poi un paradosso che rende tutto più affascinante. Un impatto capace di scavare una voragine simile su un corpo con un diametro medio di appena 22,2 chilometri avrebbe dovuto polverizzarlo. Perché non è successo? La spiegazione avanzata da Haser è che Phobos possa avere una densità molto bassa e piuttosto uniforme, tanto da assorbire il colpo come farebbe una spugna. Nel punto dell’impatto, però, le temperature devono essere state altissime, abbastanza da fondere e comprimere la roccia sottostante. Da qui l’ipotesi della zona densa nascosta.
La missione giapponese MMX e i campioni da riportare a casa
La verifica sul campo potrebbe arrivare presto. La missione MMX dell’agenzia spaziale giapponese JAXA, il cui lancio è previsto verso la fine del 2026, punta proprio a studiare Phobos e a riportare a Terra campioni della sua superficie. Non sarà una passeggiata. Attorno a Phobos non esiste un’orbita davvero stabile, perché la gravità del satellite è debolissima e viene schiacciata da quella di Marte, così vicina e così più forte. La sonda dovrà quindi muoversi in una orbita quasi stabile, manovra complicata.
Per il prelievo sono previsti due sistemi. Un campionatore a carota raccoglierà materiale fino a 2 centimetri di profondità, mentre un secondo strumento pneumatico, fornito dalla NASA, sparerà gas in pressione contro il suolo per sollevare i frammenti e convogliarli in un contenitore. Il rientro della capsula sulla Terra è atteso entro la metà del 2031.
Nel frattempo Marte continua ad attirare a sé il suo satellite. L’orbita di Phobos è dinamicamente particolare, molto ravvicinata, e il corpo celeste sta lentamente scendendo a spirale verso il pianeta. Prima o poi si disgregherà oppure ci finirà sopra. Un giro completo attorno a Marte lo compie in 7 ore e 39 minuti. Non è soltanto un archivio di eventi vecchi miliardi di anni, insomma, ma un sistema geofisico ancora in movimento.
Fonte: TecnoAndroid








