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Robot umanoidi: i veri motivi per dare loro un aspetto umano

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Al cinema i robot umanoidi hanno dominato la scena per un motivo molto pratico: per portare una macchina sul grande schermo bisognava infilare un attore dentro un costume. C’era poi una questione narrativa, perché il pubblico si affeziona più facilmente a qualcosa che somiglia a una persona. L’eccezione più celebre riguarda forse R2D2 e C3PO, con il primo adorato da tutti e il secondo che raccoglie ben poche simpatie. Oggi che la fantascienza sta diventando realtà quotidiana, sono proprio le macchine dalle forme umane a ricevere la maggior parte dell’attenzione e degli investimenti in marketing. Aziende come Figure spendono cifre importanti per video patinati in cui i loro androidi lucidi lavorano in fabbrica o danno una mano a pulire la cucina. Viene spontaneo chiedersi se esista davvero una ragione concreta per dare a un robot un aspetto umano, invece di costruire semplicemente una scatola piena di bracci con attrezzi alle estremità. A sorpresa, anche se non tutti i robot dovrebbero essere umanoidi, alcuni hanno più di un buon motivo per camminare su due gambe.

Un mondo costruito su misura per le persone

La prima ragione è quasi banale: gran parte degli spazi in cui servirebbe un aiuto meccanico sono stati progettati per gli esseri umani. Se i robot di Figure possono entrare in una fabbrica e iniziare subito a lavorare è perché quell’ambiente era pensato fin dall’inizio per operai in carne e ossa. Anziché affidarsi a una macchina che lava solo i pavimenti, un’altra che pulisce le finestre e un’altra ancora che porta a spasso il cane, un umanoide può occupare quel vuoto a forma di persona lasciato da quando certe attività le svolgevamo noi. Si parla in questo caso di soluzione brownfield, cioè di un approccio che riutilizza infrastrutture già esistenti. In pratica uno stabilimento basato sul lavoro umano può essere automatizzato senza doverne costruire uno nuovo da zero.

Non sarà sempre così. Un giorno esisteranno fabbriche e altri luoghi in cui le persone non metteranno mai piede, e lì la sagoma umana perderà ogni senso. L’intero impianto potrebbe diventare un unico enorme sistema robotico che riceve componenti e materie prime da un lato e restituisce prodotti finiti dall’altro.

C’è poi un aspetto legato alla comunicazione. Gli esseri umani sono fatti per interagire con i propri simili, capirli e reagire ai loro segnali. Per le macchine destinate a lavorare a stretto contatto con le persone ha quindi senso avere almeno qualche tratto familiare, come un volto, occhi con cui incrociare lo sguardo, espressioni, linguaggio del corpo e perfino una personalità. È lo stesso principio per cui nessuno usa il computer scrivendo direttamente in codice binario o affidandosi solo alla riga di comando. Serve un’interazione comprensibile, e un Dalek stridente di Doctor Who non è esattamente l’ideale.

Il ruolo decisivo dell’intelligenza artificiale

Questi sono argomenti ormai noti, ma con l’arrivo dell’intelligenza artificiale e delle grandi reti neurali emerge un elemento nuovo. Avere robot dalle sembianze umane potrebbe essere addirittura necessario per renderli utili, e tutto dipende da come impara il software che ne guida i movimenti. Per insegnare a una macchina a usare una lavastoviglie, la strada più diretta è farle osservare milioni di persone mentre svolgono quel compito. Una parte dell’apprendimento passa dai video, ed è ciò che fanno Google e altri gruppi di ricerca. Esistono anche lavoratori pagati per fissarsi una telecamera sulla testa e riprendersi in prima persona mentre sbrigano le faccende domestiche. Alcune delle principali aziende che vogliono vendere un robot per la casa fanno inoltre controllare a distanza le proprie macchine da operatori con visori per la realtà virtuale.

Tutto questo aiuta l’IA a gestire la varietà e il caos del mondo reale. Visto però che i dati di addestramento nascono da persone che compiono gesti umani in ambienti pensati per loro, il risultato funziona meglio su corpi simili al nostro. Fa sorridere pensare che si stia mandando un esercito di C3PO nelle case e nelle fabbriche al posto di tanti R2D2 solo perché per un bidone su ruote è difficile imparare da una scimmia in posizione eretta. Con il progresso dell’IA, delle simulazioni e della robotica, questa dipendenza dai dati umani è destinata a pesare meno. Esistono già robot con forme che non ricordano affatto quella umana e che sfruttano tecniche avanzate di apprendimento automatico per aprire porte o spostare scatole. Per ora i dati basati sugli umani sono facili da raccogliere e semplici da applicare, ma la varietà di macchine che popoleranno il pianeta nel corso di questo secolo sarà probabilmente molto ampia.

Fonte: TecnoAndroid

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