Il perfezionismo tra i giovani adulti sta crescendo in modo evidente, e i dati raccolti negli ultimi decenni raccontano una storia che ha poco a che fare con l’ambizione sana e molto invece con la pressione di non sbagliare mai. Uno studio pubblicato sulla rivista Psychological Bulletin ha messo a confronto generazioni diverse di studenti universitari nell’arco di oltre trent’anni, e il quadro che ne emerge è chiaro: chi oggi ha vent’anni sente di dover essere infallibile molto più di quanto accadesse a chi è venuto prima.
La ricerca non si è limitata a una sola definizione. Ha esaminato più lati della stessa medaglia. Da una parte la spinta a fissare standard altissimi per sé stessi, dall’altra il peso emotivo che arriva quando ci si convince di non essere all’altezza, delle proprie aspettative o di quelle degli altri. E poi c’è un terzo elemento, forse il più insidioso: la sensazione che le persone intorno siano troppo esigenti e pronte a giudicare ogni piccolo passo falso. Come riassumono gli autori, gli studenti percepiscono sempre di più gli altri come eccessivamente severi, mentre diventano spietati con sé stessi, sempre più incerti e sensibili all’idea di poter commettere un errore.
La paura di sbagliare cresce più di tutto
Il lavoro ha analizzato 307 studi su 82.939 studenti universitari di Stati Uniti, Canada e Regno Unito, lungo un periodo di 35 anni. L’età media dei partecipanti era di 20,64 anni e nel 71% dei casi si trattava di donne. Tra il 1989 e il 2024 il perfezionismo è cresciuto in ogni sua forma, e il suo legame con ansia e depressione non si è affatto allentato.
A salire di più è stata proprio la paura di commettere errori. Lo studente medio del 2024 si colloca sopra il 79% dei coetanei del 1989 su questo parametro, con un aumento relativo del 58%. Anche la voglia di eccellere è cresciuta, ma in modo più contenuto: chi studia oggi supera il 67% di chi studiava allora, con un incremento di 34 punti percentuali. La differenza dice molto. Pesa più la paura del fallimento che il semplice desiderio di arrivare in cima.
Tra i risultati più interessanti c’è quello che riguarda il cosiddetto perfezionismo socialmente prescritto, cioè la convinzione che chi ci circonda pretenda troppo da noi. Questo indicatore è rimasto quasi fermo tra il 1988 e il 2000, poi ha cominciato a salire in fretta. E lo ha fatto prima ancora dell’arrivo dei social network e di internet di massa, un dettaglio che smonta la spiegazione più comoda.
Soldi, disuguaglianza e aspettative che non calano
Thomas Curran, autore principale della meta-analisi, parla del perfezionismo come di un vero rischio per la salute pubblica, vista la sua associazione con ansia e depressione. Per affrontare la crisi della salute mentale giovanile, ha spiegato, serve guardare ai fattori culturali ed economici, non ai singoli ragazzi.
E qui i numeri parlano. Nei paesi e nei periodi segnati da maggiore disuguaglianza dei redditi il perfezionismo ansioso cresce più velocemente, mentre nelle fasi di crescita economica più debole aumentano le pretese che i giovani adulti scaricano su sé stessi. Anche la pandemia ha lasciato un segno preciso: il 57% degli studenti ha raccontato che i genitori non avevano abbassato le aspettative accademiche durante l’emergenza sanitaria, e il 34% ha detto che le avevano addirittura alzate.
Sulle scale usate per lo studio, dove il punteggio massimo è 100, gli studenti del 2024 hanno totalizzato in media 63 punti nell’indicatore delle pretese autoimposte e 51 in quello del perfezionismo ansioso. Sono livelli storicamente alti, ma ancora distanti dal tetto massimo. Gli autori avvertono che, se le condizioni che alimentano questa tendenza dovessero rimanere invariate, il fenomeno potrebbe spingersi ancora più in alto. Quello stesso margine, però, racconta anche un’altra cosa: c’è ancora spazio per intervenire, costruendo politiche pubbliche capaci di sostenere la salute mentale dei giovani adulti.


