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Panarea, scoperto un grande cratere sottomarino vicino alla costa

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Al largo di Panarea i geologi hanno individuato un nuovo grande cratere sottomarino, una scoperta che allarga il quadro delle conoscenze sul sistema vulcanico e idrotermale che si nasconde sotto la superficie del mare nell’arcipelago siciliano. Non si tratta di un dettaglio marginale: la struttura si trova a circa un miglio dalla costa, a una profondità compresa tra i 60 e gli 80 metri, cioè in una fascia relativamente vicina alla terraferma e alle rotte più frequentate dalle imbarcazioni.

Chi conosce le Isole Eolie sa che la loro natura vulcanica non finisce dove finisce la roccia emersa. Anzi, buona parte dell’attività si svolge sott’acqua, lontano dagli occhi, in un reticolo di condotti, fratture e bocche che rilasciano gas e fluidi caldi. Panarea, in questo senso, è da tempo considerata una sorta di laboratorio a cielo aperto, o meglio a fondale aperto, per studiare come funzionano questi meccanismi.

Cosa sono i camini vulcanici sottomarini e perché contano

I camini vulcanici sottomarini sono strutture attraverso cui i fluidi caldi e i gas provenienti dal sottosuolo trovano una via d’uscita verso il mare. Attorno a queste bocche si sviluppano ambienti particolari, con acque a temperature diverse rispetto a quelle circostanti e una chimica tutta sua. La loro individuazione permette di ricostruire con maggiore precisione la geometria del sistema idrotermale sommerso, cioè di capire dove passano i fluidi, quanto sono estesi i condotti e come si collegano tra loro le varie porzioni dell’apparato vulcanico.

Ogni nuova struttura mappata è un tassello in più. Perché il punto, quando si parla di vulcani sommersi, è proprio questo: si lavora su un sistema che non si vede, e ogni campagna di rilievo aggiunge pezzi a un mosaico che resta incompleto. Trovare un cratere di grandi dimensioni a poca distanza dalla costa significa aver colmato una lacuna in una zona che si pensava di conoscere abbastanza bene.

Il legame con i rischi vulcanici alle Eolie

La scoperta ha ricadute dirette sulla valutazione dei rischi vulcanici nell’area. Sapere dove si trovano le bocche attive o potenzialmente attive, a quale profondità e a quale distanza dagli abitati, è la base su cui si costruisce qualsiasi ragionamento di monitoraggio. Un conto è avere una mappa approssimativa, un altro è disporre di rilievi puntuali su strutture identificate una per una.

Le emissioni di gas dal fondale, in contesti come quello di Panarea, sono un fenomeno noto e studiato da anni. Episodi di rilascio più intenso possono modificare la chimica dell’acqua e produrre effetti visibili anche in superficie. Per questo la mappatura dei fondali resta un’attività centrale, e non solo per motivi di sicurezza: serve anche a comprendere l’evoluzione geologica dell’intero arco eoliano.

Il fatto che una struttura di queste dimensioni sia rimasta finora fuori dalle carte dice molto su quanto lavoro ci sia ancora da fare sui fondali del Tirreno meridionale. Le tecnologie di rilievo acustico e le immersioni strumentate hanno reso possibile, negli ultimi anni, un livello di dettaglio che prima era semplicemente irraggiungibile, e i risultati si vedono proprio in casi come questo.

Per le Eolie, insomma, la fotografia si aggiorna. Il vulcanismo sommerso dell’arcipelago si conferma più articolato di quanto le mappe raccontassero, con un cratere in più da inserire nell’elenco delle strutture da tenere sotto osservazione, in un tratto di mare che dista poco più di un miglio dalla costa di Panarea.

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