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Finisce in tribunale Oura Ring, l’anello connesso diventato negli ultimi mesi una piccola ossessione della politica sanitaria americana, adesso al centro di una class action che parla senza giri di parole di marketing ingannevole. Il documento, depositato negli Stati Uniti dallo studio Clarkson Law Firm, punta il dito contro le funzioni di monitoraggio del sonno del dispositivo, che secondo i querelanti avrebbero un’affidabilità paragonabile al lancio di una moneta.
Il ragionamento dell’accusa è tecnico ma abbastanza intuitivo. L’anello, indossato al dito, riesce a leggere soltanto parametri periferici, e da quei pochi segnali costruisce delle stime elaborate dall’intelligenza artificiale. Nulla che possa sostituire, sostiene la class action, il monitoraggio dell’attività cerebrale e di quella oculare che avviene nei laboratori clinici veri e propri, dove il sonno viene misurato con strumenti dedicati. Il punto che brucia di più, per l’azienda, riguarda le campagne pubblicitarie che rivendicano un’accuratezza del 95% nella rilevazione dei dati sul sonno. Una cifra che i querelanti considerano insostenibile.
Dalla Casa Bianca al Pentagono, la corsa dello smart ring
La vicenda arriva in un momento particolare, perché Oura non è più soltanto un marchio di gadget per appassionati di benessere. A febbraio di quest’anno l’amministrazione di Donald Trump ha annunciato l’intenzione di far indossare uno smart ring a ogni cittadino americano entro il 2030. L’idea, spinta con convinzione dal Segretario alla Salute, ruota attorno alla medicina preventiva su larga scala: intercettare le malattie prima che diventino gravi e, per questa via, ridurre i costi della sanità pubblica. Un progetto che piace molto al movimento “Maha”, acronimo di Make America Healthy Again, corrente interna al trumpismo conosciuta per le posizioni critiche verso i vaccini e la medicina tradizionale. Il tema, insomma, è politico prima ancora che sanitario, e spiega perché una causa civile su un algoritmo che stima le fasi del sonno abbia finito per diventare notizia da prima pagina.
Nel frattempo l’azienda finlandese ha lavorato parecchio sui corridoi di Washington. Le spese in attività di lobbying sono passate da circa 35.000 euro nel 2024 a oltre un milione di euro all’anno, un salto che racconta bene le ambizioni del gruppo. Il risultato si vede: Oura Ring ha iniziato a circolare tra i funzionari del Congresso e negli ambienti del Pentagono, diventando un oggetto familiare in luoghi dove normalmente i dispositivi indossabili entrano con difficoltà.
I dati biometrici, Palantir e il nodo della credibilità
C’è poi il capitolo dei dati, che è quello dove le due storie si intrecciano. Oura ha stretto una partnership con Palantir Technologies, affidando ai sistemi cloud della società americana la gestione dei dati biometrici dei militari statunitensi che indossano l’anello connesso. Un accordo che colloca il dispositivo in una posizione delicata, a metà strada tra prodotto di consumo e strumento al servizio delle forze armate.
Ed è proprio qui che la class action rischia di pesare oltre l’aula di tribunale. Se la promessa commerciale del 95% di accuratezza viene messa in discussione da un giudice, tutto l’impianto costruito sull’idea di prevenzione diffusa attraverso gli anelli intelligenti perde solidità. Chi contesta l’azienda sostiene infatti che il numero pubblicizzato non racconti quello che il dispositivo fa realmente, ma quello che gli algoritmi ipotizzano a partire da segnali indiretti raccolti sul dito.
Il tracciamento del sonno, del resto, è stato il vero motore commerciale di questi anelli. Un settore intero è cresciuto attorno alla promessa di misurare qualcosa che, fino a pochi anni fa, si valutava soltanto in clinica con cavi, sensori e notti passate sotto osservazione. La causa depositata negli Stati Uniti mette in discussione proprio quella scorciatoia, sostenendo che la comodità di un anello al dito non basta a garantire la precisione dichiarata nelle pubblicità.









