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Ötzi ha un gemello digitale: la mummia studiata senza toccarla

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Cinquemilatrecento anni dopo la sua morte, Ötzi entra ufficialmente nell’era digitale: la mummia più famosa delle Alpi ha ora un gemello digitale, una copia virtuale che replica il corpo dell’Uomo del Similaun senza bisogno di toccarlo. Un passaggio che sembra minore, ma che per chi lavora su un reperto così delicato cambia parecchio le carte in tavola.

La formula è quella che in inglese viene chiamata “digital twin”, termine nato in ambito industriale e poi finito un po’ dappertutto, dalla medicina all’archeologia. Il principio resta lo stesso: costruire una controparte virtuale di un oggetto reale, abbastanza fedele da poterci lavorare sopra come se si avesse davanti l’originale. Nel caso di Ötzi, parliamo di un corpo conservato per millenni nel ghiaccio e recuperato in condizioni che hanno pochi paragoni al mondo.

Perché una copia virtuale conta più di quanto sembri

Chi si occupa di conservazione lo sa bene: ogni volta che una mummia viene spostata, illuminata, riscaldata anche solo di qualche grado, qualcosa si perde. I tessuti antichi non perdonano. La logica del gemello digitale nasce proprio da questa fragilità, perché consente di rimandare all’infinito il momento in cui bisogna intervenire fisicamente sul reperto. Misurazioni, confronti, osservazioni di dettaglio: tutto può passare attraverso la versione virtuale.

C’è poi un aspetto più banale, quasi logistico. Un corpo conservato in condizioni controllate non può essere prestato, spostato, mostrato liberamente. Una copia digitale invece viaggia, si condivide, si può mettere a disposizione di gruppi di lavoro che si trovano in posti diversi. La ricerca sull’Uomo del Similaun è sempre stata un affare internazionale, e avere un modello consultabile a distanza semplifica la vita a tutti.

Vale la pena ricordare quanto sia stato studiato questo corpo. Nel corso dei decenni Ötzi è diventato una sorta di archivio ambulante del Neolitico alpino, una fonte di informazioni su alimentazione, salute, abbigliamento, tecniche di lavorazione. Ogni nuova analisi ha aggiunto un pezzo al quadro. La versione digitale non sostituisce quel lavoro, ma gli dà un supporto in più.

Un reperto di 5.300 anni che si adatta ai tempi

Il contrasto fa una certa impressione. Da un lato un uomo vissuto 5.300 anni fa, ritrovato tra i ghiacci con i suoi oggetti, la sua storia interrotta e mai del tutto ricostruita. Dall’altro una tecnologia che nasce per ottimizzare fabbriche e motori d’aereo. Il gemello digitale di Ötzi si colloca esattamente in mezzo, e in un certo senso racconta bene come funzionano oggi le scienze del passato: strumenti presi in prestito da settori lontanissimi, riadattati per rispondere a domande antiche.

Non è la prima volta che l’archeologia pesca dal mondo digitale. Scansioni, ricostruzioni tridimensionali, modelli navigabili sono diventati strumenti ordinari in musei e laboratori. La differenza, quando si parla di un reperto come la mummia del Similaun, sta nel valore di ciò che si sta replicando. Non un vaso, non un frammento di parete, ma un individuo, con un corpo, una postura, delle ferite. Il risultato è che Ötzi continua a essere, a distanza di millenni, uno dei soggetti più esaminati della ricerca europea. E adesso lo fa in doppia copia, una fisica e una virtuale, con quest’ultima pronta a raccogliere le domande che prima richiedevano l’accesso diretto al corpo conservato nel ghiaccio.

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