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OpenAI smentisce il Pentagono sui tassi di rifiuto minimi

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Una richiesta arrivata dal Pentagono a OpenAI punta a qualcosa che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato impensabile, ovvero una versione dei modelli di intelligenza artificiale costruita su misura per i militari e con una percentuale di rifiuto più bassa rispetto a quella dei prodotti destinati al pubblico. È quanto emerge da alcuni documenti relativi ai contratti firmati tra il Dipartimento della Difesa statunitense e l’azienda californiana, che però smentisce con decisione la ricostruzione e parla di una formulazione mai accettata.

Il punto controverso si chiama minimal refusal rates, letteralmente tassi di rifiuto minimi. In parole semplici, il modello dovrebbe dire no il meno possibile quando riceve una richiesta. Chi usa un assistente conversazionale sa bene di cosa si tratta, capita di ricevere un diniego quando la domanda tocca argomenti sensibili, dalle armi alle informazioni potenzialmente pericolose. Quella clausola, secondo i documenti ottenuti attraverso il Freedom Of Information Act, comparirebbe nella versione aggiornata dell’accordo sottoscritto da OpenAI.

Gli accordi militari e la linea che divide le aziende

Per capire il contesto serve tornare indietro di un anno. Nel 2025 OpenAI, insieme a Google, Anthropic e xAI, ha firmato intese con il Dipartimento della Difesa per l’impiego dei rispettivi sistemi di intelligenza artificiale in ambiti che vanno dalla logistica all’intelligence, fino alle attività di combattimento. All’inizio del 2026 il Pentagono ha provato ad allargare il perimetro di quei contratti, chiedendo il via libera all’uso dei modelli dentro le reti informatiche classificate degli Stati Uniti.

Qui le strade si sono separate. Anthropic ha detto no, e da quel rifiuto è nato uno scontro legale ancora aperto. Google e OpenAI hanno invece aggiornato i loro accordi. Nel frattempo intese simili sono state siglate anche con Microsoft, NVIDIA, Amazon Web Services e Reflection, segno di quanto il settore della difesa sia diventato un cliente appetibile per chi sviluppa modelli AI.

La smentita di OpenAI e il pasticcio sulla bozza

La replica dell’azienda è netta. Un portavoce ha spiegato che OpenAI non ha mai accettato clausole contrattuali che imponessero tassi minimi di rifiuto, che quella dicitura non è presente nel contratto firmato e che il documento circolato sembra essere una bozza preliminare proposta dal Dipartimento prima del riscontro dell’azienda. Sempre secondo la ricostruzione di OpenAI, la formulazione è stata respinta, la Difesa ha acconsentito a eliminarla e l’accordo finale non la contiene. C’è però un dettaglio che complica le cose. Le richieste presentate tramite FOIA riguardano soltanto le versioni definitive dei contratti, e sul documento relativo a OpenAI non compare da nessuna parte la parola bozza. Non solo, inizialmente il Dipartimento della Difesa aveva confermato che si trattava della versione finale, per poi cambiare versione e parlare appunto di una bozza. Una giravolta che lascia più di una zona grigia.

Nei documenti, va detto, non viene mai specificato a quale tipo di richieste dovrebbe applicarsi una bassa percentuale di rifiuto. Attualmente i sistemi di OpenAI, esattamente come quelli dei concorrenti, si tirano indietro quando la domanda riguarda lo sviluppo di armi o altre finalità militari, compresa la selezione dei bersagli. È una barriera costruita a monte, parte integrante del cosiddetto allineamento dei modelli.

L’ultima versione pubblica del contratto mantiene comunque alcuni limiti espliciti. Tra questi il divieto di impiegare i modelli per la sorveglianza di massa dei cittadini statunitensi e quello di utilizzarli per il controllo delle armi autonome. Due paletti che restano in piedi indipendentemente da come si chiuderà la discussione sui tassi di rifiuto, e che rappresentano al momento il confine dichiarato tra uso militare consentito e terreno vietato.

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