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OpenAI, il governo USA difende il fair use contro gli editori

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Il governo degli Stati Uniti ha deciso di schierarsi apertamente con OpenAI nelle cause per violazione del copyright intentate da diversi editori americani, sostenendo che l’utilizzo di articoli e contenuti giornalistici per addestrare i modelli di intelligenza artificiale rientri nel cosiddetto fair use. Una presa di posizione tutt’altro che simbolica, arrivata martedì con un documento depositato presso la Corte distrettuale del Distretto Sud di New York, dove sono riunite diverse controversie contro la società che ha creato ChatGPT.

Tra i procedimenti coinvolti c’è quello avviato dal New York Times e quello promosso da Ziff Davis, società editrice di CNET, che nel 2025 ha accusato OpenAI di aver violato i propri diritti d’autore sia nella fase di addestramento sia nel funzionamento quotidiano dei suoi sistemi. Il documento presentato dall’esecutivo non è una sentenza né una difesa formale, ma pesa parecchio, perché mette il peso istituzionale di Washington su un piatto della bilancia già molto squilibrato.

Il ragionamento dell’amministrazione Trump

Nel testo depositato, l’amministrazione Trump sostiene che una decisione favorevole agli editori rischierebbe di frenare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti, ridurre la concorrenza tra le aziende del settore e indebolire la posizione americana rispetto agli sviluppatori stranieri. Il passaggio chiave è netto: regole giuridiche che rendano significativamente più difficile costruire un’industria dell’AI robusta sul suolo americano rappresenterebbero una minaccia per la sicurezza nazionale e regalerebbero un vantaggio competitivo ad avversari esteri che non hanno gli stessi vincoli.

C’è poi un secondo argomento, forse ancora più interessante. Secondo il governo, i grandi modelli linguistici permettono a soggetti piccoli di competere con i colossi dei media, e questo viene considerato un fatto positivo. Vengono citati gli autori indipendenti che generano immagini senza dover pagare un fotografo o acquistare una licenza, e i modelli che indirizzano gli utenti verso fonti alternative capaci di offrire informazioni o prospettive diverse. Il documento arriva a sostenere che non sia nell’interesse pubblico consentire alle maggiori aziende tecnologiche di costruire un oligopolio sull’addestramento dei modelli, con barriere d’ingresso legate alle licenze che funzionerebbero soprattutto come sussidi mascherati per le vecchie società editoriali tradizionali.

La replica degli editori e il fronte delle cause

Dal New York Times la risposta è arrivata rapida. Il portavoce Graham James ha accusato l’esecutivo di essersi messo dalla parte di una manciata di aziende da mille miliardi di dollari invece che dei creatori americani, sostenendo che così si danneggiano tanto chi produce contenuti quanto chi sviluppa intelligenza artificiale. Secondo James entrambe le realtà possono prosperare, a patto che le società tecnologiche paghino in modo equo i contenuti che rendono possibili i loro prodotti, come del resto impone la legge sul diritto d’autore. Lasciare che quei materiali vengano presi senza permesso né compenso, ha aggiunto, minerebbe la sostenibilità della produzione umana di contenuti, quella di cui una società sana ha bisogno e da cui la stessa AI dipende per funzionare.

La causa del Times era partita alla fine del 2023, un anno dopo il debutto di ChatGPT. Nel ricorso iniziale il quotidiano spiegava che i modelli linguistici erano stati costruiti anche su milioni di suoi articoli, e definiva quell’addestramento un tentativo di viaggiare gratis sugli investimenti fatti nel giornalismo per poi creare prodotti concorrenti.

Il fronte legale contro OpenAI però non si ferma agli editori. Anche diversi autori, tra cui George R.R. Martin, hanno contestato l’uso delle proprie opere nell’addestramento dei modelli. Anthropic, rivale di OpenAI e sviluppatrice di Claude, ha chiuso una vertenza sulla pirateria con un accordo da circa 1,4 miliardi di euro, nonostante un giudice avesse riconosciuto come fair use l’utilizzo del materiale protetto. La scorsa estate, inoltre, alcuni editori hanno accusato OpenAI di aver trattenuto elementi probatori su come vengono addestrati i suoi modelli, accuse che l’azienda ha respinto.

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