Cercare tracce di vita extraterrestre è diventato quasi un lavoro a tempo pieno per chi si occupa di astrobiologia, eppure la noosemiotica arriva a scombinare le carte in tavola proprio adesso, proponendo un approccio diverso da quello a cui eravamo abituati. Per anni ci siamo mossi con l’obiettivo di confermare che non siamo soli nell’universo, e nonostante le probabilità dicano chiaramente che questa eventualità è molto bassa, di concreto non abbiamo trovato praticamente nulla. La domanda vera, però, è un’altra. Cosa abbiamo fatto davvero fino a oggi per stanare qualche segnale?
La risposta sta tutta in due parole che ricorrono spesso quando si parla di vita aliena. Fino a questo momento la ricerca si è sempre mossa tra due poli opposti, quasi come se non esistesse una via di mezzo. Da un lato ci sono le biosignature, cioè gli indizi lasciati dagli organismi viventi. Parliamo di gas presenti nell’atmosfera di un pianeta oppure di molecole di origine biologica, insomma tutto quello che segnala la presenza di qualcosa di vivo, anche se molto semplice. Dall’altro lato ci sono le tecnosignature, e qui il discorso cambia parecchio. In questo caso si cercano prove di tecnologie avanzate, come potenti trasmissioni radio in arrivo dallo spazio profondo o gigantesche strutture di ingegneria costruite da qualche civiltà evoluta.
Noosemiotica: cosa succede a chi sta nel mezzo
Il problema di questa impostazione è abbastanza evidente, se ci si ferma a pensarci un attimo. Una civiltà che sta ancora facendo il suo percorso evolutivo, che non ha lasciato semplici tracce biologiche ma non è nemmeno arrivata a costruire trasmettitori radio colossali, dove si colloca esattamente? Rischia di finire in una zona grigia che nessuno dei due metodi tradizionali riesce a coprire davvero. È proprio da questa lacuna che nasce l’idea alla base della noosemiotica, una nuova area dell’astrobiologia che prova a occupare quello spazio rimasto scoperto tra i due estremi.
L’intuizione è tanto semplice quanto affascinante. Se una specie intelligente si trova a metà strada, potrebbe comunque produrre segni riconoscibili della propria presenza, segnali che non sono né puramente biologici né apertamente tecnologici. Qualcosa che parla di intelligenza, di intenzione, di capacità di elaborare informazioni, senza però assomigliare ai classici indizi che siamo abituati a cercare puntando le antenne verso il cielo. È un cambio di prospettiva che potrebbe allargare parecchio il raggio d’azione di chi lavora alla ricerca della vita nel cosmo.
Questa strada apre scenari che fino a poco tempo fa nessuno aveva considerato seriamente. Concentrarsi soltanto sulle tecnosignature più vistose o sulle biosignature più elementari significava, in fondo, tagliare fuori tutta una fascia di possibili civiltà. Con la noosemiotica si prova invece a coprire anche quel terreno di mezzo, quello dove potrebbe nascondersi chi non è più solo un organismo semplice ma non è ancora una potenza tecnologica capace di farsi notare a distanze enormi. Un modo per non lasciare zone d’ombra nella mappa di ciò che stiamo cercando lassù.


