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Nebbia trasformata in acqua con 50.000 volt nel deserto del Namib

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Raccogliere acqua dalla nebbia usando 50.000 volt sembra il tipo di esperimento che finisce male, e invece è esattamente quello che è stato portato nel deserto del Namib, lungo la costa della Namibia, dove l’umidità nell’aria non manca affatto ma resta sospesa in forma di goccioline così piccole da essere praticamente inafferrabili. L’idea di fondo è semplice da spiegare e complicata da realizzare: se l’acqua c’è, ma non si lascia prendere, serve una forza che la costringa a depositarsi da qualche parte. In questo caso la forza è elettrostatica.

Non è la prima volta che si prova a strappare acqua a un ambiente che, sulla carta, non dovrebbe concederne nemmeno una goccia. Esistono progetti che riescono a recuperare questa sostanza preziosa anche quando è presente in quantità minime, quasi trascurabili, e in un deserto il valore di un litro assume un peso che altrove è difficile percepire. Il capitolo dei costi, poi, è un discorso a parte e va valutato con calma, perché tra un prototipo che funziona e un sistema utilizzabile su larga scala la distanza può essere enorme.

Perché la nebbia del Namib è così difficile da catturare

La costa namibiana è uno dei posti più curiosi del pianeta dal punto di vista climatico. Piove pochissimo, ma la nebbia arriva dall’oceano e avanza verso l’interno, portando con sé milioni di microgocce che restano in sospensione nell’aria. Il problema è che quelle gocce sono talmente leggere da non cadere quasi mai per gravità. Passano, sfiorano le superfici e se ne vanno. I sistemi passivi più conosciuti lavorano proprio su questo principio, con reti verticali che intercettano il flusso e lasciano scivolare l’acqua in una canaletta, ma la resa dipende dal vento, dalla densità della nebbia e da mille altre variabili.

Da qui nasce il tentativo di cambiare approccio. Invece di aspettare che le goccioline finiscano per caso contro un ostacolo, si prova a caricarle elettricamente e a indirizzarle verso una superficie di raccolta. È lo stesso concetto che sta dietro ai precipitatori elettrostatici usati per catturare particelle sottili, applicato però a un obiettivo diverso, ovvero ottenere acqua potabile da un’atmosfera che sembra darne poca.

Il test nel deserto con 50.000 volt

Il dispositivo è stato costruito e portato sul campo da Jay Bowles, il creatore del canale YouTube Plasma Channel, che da tempo si occupa di alta tensione e di esperimenti elettrici raccontati in video. La sua macchina lavora con tensioni che arrivano fino a 50.000 volt, un valore che a leggerlo fa una certa impressione ma che, in questo tipo di applicazioni, serve a generare un campo abbastanza intenso da influenzare particelle minuscole senza bisogno di consumi assurdi.

Prima di affrontare il deserto del Namib, il sistema è stato provato in condizioni controllate, dove i risultati si sono rivelati abbastanza interessanti da giustificare il viaggio. Una cosa è però far funzionare un prototipo in laboratorio, con parametri stabili e nebbia generata artificialmente, un’altra è piazzarlo in mezzo alla sabbia, con vento salino, sbalzi di temperatura e polvere che entra dappertutto.

È esattamente il passaggio che rende questo genere di test utili. La forza elettrostatica promette di aumentare la quantità di acqua raccolta rispetto a una semplice rete, ma va misurata sul posto, dove la nebbia arriva quando decide lei e non quando fa comodo all’esperimento. Il tentativo sulla costa namibiana serve a capire quanto di quella promessa sopravvive fuori dal banco di prova.

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