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Centrale J.H. Campbell, la corte annulla l’emergenza energetica

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La spinta dell’amministrazione Trump a tenere in vita le centrali a carbone destinate po’ alla chiusura ha incassato la prima sconfitta pesante in tribunale, con una corte d’appello federale che ha annullato la dichiarazione di emergenza energetica usata per bloccare lo spegnimento di un impianto in Michigan. La decisione riguarda formalmente un solo sito, ma il ragionamento dei giudici si applica a tutti gli altri casi in cui il Dipartimento dell’Energia ha imposto lo stesso tipo di ordine.

Il contesto è noto da tempo. Negli Stati Uniti la quota di elettricità prodotta dal carbone cala da quasi vent’anni e la prima presidenza Trump non era riuscita a invertire la tendenza. Da qui l’approccio più muscolare del secondo mandato, che ha scelto la strada più diretta possibile, cioè ordinare alle centrali già programmate per la dismissione di restare accese anche in assenza di un reale bisogno di quella capacità produttiva. La base giuridica invocata era una norma che consente al DOE di dichiarare un’emergenza in caso di guerra o di un improvviso deficit di generazione.

Il caso della centrale J.H. Campbell e il nodo della sezione 202(c)

Al centro della vicenda c’è la centrale J.H. Campbell, che avrebbe dovuto chiudere l’anno scorso e che invece è rimasta in funzione grazie a cinque dichiarazioni di emergenza consecutive, ciascuna limitata a 90 giorni come prevede il Federal Power Act. La norma contestata è la sezione 202(c), che permette interventi federali quando il Paese è in guerra oppure quando esiste un’emergenza dovuta a un aumento improvviso della domanda elettrica o a una carenza di energia.

Il Michigan e un gruppo di organizzazioni ambientaliste hanno contestato proprio l’esistenza dell’emergenza. Hanno fatto notare che l’impianto è vecchio, poco efficiente e molto inquinante, e la corte ha citato stime secondo cui le sue emissioni provocherebbero 30 morti l’anno. La chiusura, per altro, non era stata improvvisata: la commissione statale per i servizi pubblici aveva avviato un percorso apposito, con audizioni, ricorsi davanti ai tribunali del Michigan e valutazione dei piani dell’utility per sostituire quella produzione con fonti più economiche e meno inquinanti. Il via libera era arrivato solo dopo aver concluso che non ci sarebbero stati ammanchi, con l’avallo anche di MISO, l’operatore di rete che gestisce un’area enorme, dalla Louisiana al Minnesota.

Perché i giudici hanno demolito l’idea di emergenza

Il governo ha portato due elementi a sostegno della propria tesi. Il primo era un rapporto che segnalava un rischio di riserve di generazione basse per MISO, ma lo stesso documento parlava di risorse previste adeguate per i picchi di carico ed era riferito alle condizioni del 2024. Il secondo era una presentazione che indicava nei mesi estivi il periodo in cui la domanda si avvicina di più ai limiti dell’offerta, che per i giudici è semplicemente un confronto stagionale e non una fotografia dello stato della rete. Tradotto: nessuna prova di una carenza critica di fornitura.

Il collegio di tre giudici della Corte d’appello del Distretto di Columbia, che ha deciso all’unanimità, ha poi ricostruito la struttura della regolazione elettrica americana. La capacità di generazione resta materia degli Stati, mentre il livello federale interviene sulle linee di trasmissione interstatali, tanto che lo stesso Federal Power Act nega esplicitamente alla FERC il potere di regolare direttamente gli impianti di produzione. L’intervento federale, secondo la corte, doveva restare raro e limitato a mancanze immediate risolvibili solo così. “Affermazioni indeterminate su carenze elettriche estive non sono ciò che il Congresso intendeva per emergenza”, si legge nella decisione.

Annullata la dichiarazione del DOE, e salvo appello, il Michigan può riprendere il processo di spegnimento, liberando i consumatori locali dai costi sostenuti per mantenere l’impianto in condizioni di poter essere riacceso. Lo stesso schema logico vale per tutti gli altri ordini di emergenza firmati finora, che secondo lo stesso Dipartimento dell’Energia sono oltre 55 nel solo 2026, più del doppio del totale emesso tra il 2000 e il 2025.

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