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Un propulsore Hall alimentato a zinco solido ha acceso i suoi motori in orbita e ha funzionato davvero, al primo tentativo. È successo il 1° luglio, quando Muon Space ha messo alla prova Starlight, il sistema installato a bordo del satellite sperimentale SERT-III. I dati raccolti dall’azienda sono stati condivisi soltanto negli ultimi giorni, e raccontano di un primato: mai prima d’ora un propulsore Hall alimentato interamente con propellente metallico solido aveva lavorato nello spazio.
Per capire perché la cosa abbia un peso, conviene fare un passo indietro. Muovere un satellite non richiede per forza una fiammata potente come quella dei razzi che lasciano la rampa di lancio. Una volta lassù, il gioco cambia completamente. Molti veicoli si affidano a propulsori elettrici, che producono una spinta piccolissima ma incredibilmente efficiente, capace di restare accesa per mesi o addirittura anni. Una carezza continua, insomma, invece di uno spintone.
Il problema dei gas nobili e il motivo per cui si cercano alternative
Il punto debole di questa tecnologia sta nel carburante. I sistemi tradizionali lavorano quasi sempre con xeno o kripton, gas nobili che hanno due difetti piuttosto evidenti. Costano parecchio, tanto per cominciare, e la loro disponibilità non è infinita. Poi c’è la questione pratica: vanno conservati in serbatoi ad alta pressione, il che significa strutture più pesanti, più complesse e con tutti i grattacapi ingegneristici che un contenitore pressurizzato si porta dietro quando deve sopravvivere a un lancio e poi a anni di permanenza in orbita.
Da qui nasce la corsa alle alternative. E lo zinco, un metallo comune, economico, facile da reperire, si candida come opzione interessante. Niente pressione, niente gas da stivare, solo materiale solido da imbarcare. Sulla carta l’idea sembra semplice, nella pratica è tutto meno che banale, perché un motore pensato per un gas deve essere ripensato da zero se il punto di partenza è un pezzo di metallo.
Come funziona Starlight e cosa cambia con il propellente solido
In un propulsore Hall classico il propellente viene trasformato in particelle cariche elettricamente, gli ioni, che vengono poi accelerate da campi elettrici. Sono proprio quegli ioni sparati fuori a generare la spinta, per reazione. Il principio resta lo stesso anche con Starlight, ma c’è un passaggio in più da gestire prima di arrivare alla ionizzazione.
Il sistema di Muon Space parte infatti da zinco allo stato solido. Il materiale viene alimentato all’interno del propulsore e lì vaporizzato, quindi trasformato in vapore metallico, e solo a quel punto ionizzato e accelerato. Una catena di operazioni che deve funzionare con precisione millimetrica in un ambiente dove nessuno può intervenire con un cacciavite se qualcosa si inceppa.
Il fatto che l’accensione sia riuscita al primo colpo, senza tentativi a vuoto, è il dettaglio che più di ogni altro dice qualcosa sulla maturità del progetto. Le dimostrazioni in orbita sono il banco di prova più severo che esista per una tecnologia di propulsione, perché a terra si può simulare quasi tutto, ma quasi non basta mai.
Il satellite SERT III nasce proprio con questo scopo, fare da piattaforma di test per soluzioni che non hanno ancora un passato operativo alle spalle. E in questo caso il risultato ha dato ragione a chi ha scommesso su un propellente che, fino a poco tempo fa, sembrava più adatto alle batterie che ai motori spaziali.
Fonte: TecnoAndroid








