I brevetti MPEG-4 arrivano al capolinea e chiudono un percorso lungo più di venticinque anni nella storia della compressione video digitale. L’ultimo brevetto essenziale legato al programma di licenze MPEG-4 Visual scade e, dal 18 luglio 2026, tutte le tecnologie fondamentali coperte da quel pool diventano finalmente libere da vincoli. Una notizia che tocca da vicino sviluppatori, produttori di software, chi distribuisce contenuti e, non ultimo, il mondo open source, che ora può integrare il formato senza pagare royalty e senza il timore di nuove rivendicazioni legali.
Cos’è davvero lo standard MPEG-4 Visual
Standardizzato come ISO/IEC 14496-2 verso la fine degli anni Novanta, MPEG-4 Visual è stato uno dei tasselli che hanno reso possibile la diffusione del video digitale su Internet e sui primi dispositivi portatili. Il formato include profili come Simple Profile e Advanced Simple Profile, resi popolari da codec ormai leggendari come DivX e Xvid. Chiunque abbia comprimo filmati agli inizi degli anni Duemila li ricorderà bene: permettevano di ridurre lo spazio occupato mantenendo una qualità più che accettabile.
Attenzione però a non fare confusione. Spesso questo standard viene scambiato per MPEG-4 nella sua interezza, ma è cosa ben distinta da H.264/AVC e H.265/HEVC, che usano tecniche di compressione differenti e ricadono sotto programmi di licenza separati. A gestire per anni il pool di brevetti relativo a MPEG-4 Visual è stato il consorzio MPEG LA, oggi conosciuto come Via Licensing Alliance. Il vantaggio del suo modello era semplice: una licenza unica invece di trattare con ogni singolo titolare dei diritti. Ora che l’ultimo brevetto essenziale è scaduto, quel programma perde la sua funzione pratica e le implementazioni conformi allo standard possono circolare senza royalty, almeno per quanto riguarda i brevetti coperti dal pool originale.
La ricaduta più concreta si vede proprio nel campo del software libero. In passato diverse distribuzioni Linux e parecchie applicazioni multimediali evitavano di includere il supporto completo ai codec soggetti a royalty, scaricando sull’utente il compito di installare componenti aggiuntivi. Adesso librerie di elaborazione video, framework multimediali e software di conversione possono integrare il codec senza quelle limitazioni.
Un formato storico che resta utile
La fine dei brevetti non significa però un ritorno in scena di MPEG-4 Visual come tecnologia di punta. La gran parte dei contenuti video oggi gira su codec molto più efficienti, dai già citati H.264 e H.265 fino ad AV1, capaci di offrire una qualità superiore a parità di bitrate grazie a strumenti di compressione più raffinati. Detto questo, il vecchio standard non è affatto sparito.
MPEG-4 Visual continua a spuntare in archivi digitali, dispositivi datati, videocamere meno recenti e sistemi embedded progettati anni fa. Poterlo implementare liberamente rende più facile conservare i contenuti storici e mantenere la compatibilità con hardware ancora in funzione. La storia dei codec video, del resto, è sempre stata intrecciata con quella dei brevetti industriali. Le tecniche di compressione più innovative vengono di norma protette per circa vent’anni, periodo durante il quale chi realizza prodotti commerciali deve procurarsi le licenze. Alla scadenza, tutto diventa utilizzabile senza costi legati ai brevetti, e questo spinge la diffusione anche nei progetti liberi.
Negli ultimi tempi l’industria ha provato a smarcarsi da questo schema puntando su codec royalty-free come AV1, sviluppato dall’Alliance for Open Media, pensato per offrire un’alternativa moderna senza il peso dei tradizionali pool brevettuali. La scadenza dell’ultimo brevetto MPEG-4 Visual ha soprattutto un valore simbolico: uno degli standard che hanno accompagnato la crescita del video digitale entra a tutti gli effetti nel dominio pubblico dal punto di vista brevettuale, chiudendo una fase partita alla fine degli anni Novanta.