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Momnesia, studio svela il meccanismo cerebrale degli estrogeni

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Chi ha vissuto una gravidanza conosce bene quella sensazione: la memoria in gravidanza sembra funzionare a singhiozzo, si entra in una stanza e dopo due secondi non si ricorda più il motivo. Un fenomeno così diffuso da essersi guadagnato perfino un soprannome, momnesia, crasi fra la parola inglese per mamma e amnesia. Fino a oggi però mancava una spiegazione biologica solida, qualcosa di più concreto della stanchezza o delle notti storte. Uno studio pubblicato sulla rivista Science Bulletin ha provato a colmare quel vuoto, indicando come responsabile un livello molto alto di estrogeni capace di modificare un circuito cerebrale che collega ipotalamo e ippocampo.

Il punto di partenza sono stati i topi. I ricercatori hanno osservato un peggioramento significativo delle prestazioni mnemoniche sia nelle femmine gravide sia in animali esposti sperimentalmente a concentrazioni ormonali paragonabili a quelle della gestazione. Due dettagli contano parecchio: le alterazioni erano reversibili e non si accompagnavano a cambiamenti nell’umore, nella mobilità o nella motivazione. Insomma, nessun malessere generale, ma un effetto che riguardava in modo specifico la funzione cognitiva.

Momnesia: cosa è emerso dai test sulle donne

Il passaggio successivo ha coinvolto le persone. Trentacinque donne in gravidanza e trentacinque non gravide sono state seguite per diversi mesi e sottoposte a una serie di prove su memoria e attenzione. Le differenze si sono fatte evidenti soprattutto nel secondo e nel terzo trimestre, quando le partecipanti incinte hanno ottenuto risultati peggiori in alcuni compiti di memoria verbale, velocità di elaborazione e attenzione.

Parallelamente il gruppo di ricerca ha misurato i livelli ormonali nel sangue. Le concentrazioni più elevate si sono associate a punteggi più bassi in diverse prove, e il dato ha tenuto anche dopo aver considerato variabili che potevano sporcare il quadro: età, livello di istruzione, qualità del sonno, ansia, depressione, peso e ormoni tiroidei. Un controllo piuttosto stretto, che rende il collegamento fra ormone e prestazione difficile da liquidare come coincidenza.

Il meccanismo dietro la momnesia

Per capire come tutto questo accada, i ricercatori sono tornati al cervello dei topi e hanno seguito il segnale dell’estrogeno fino all’ipotalamo laterale. Qui l’ormone agisce attraverso una proteina chiamata recettore degli estrogeni alfa. La zona è ricca di neuroni GABAergici, cellule che tengono a bada l’attività di altri circuiti, una specie di sistema frenante. Quando i livelli ormonali salgono, l’equilibrio si sposta e questi neuroni iniziano ad attivarsi con maggiore frequenza.

L’onda arriva poi all’ippocampo, una delle aree più importanti per formare i ricordi. I neuroni alterati dell’ipotalamo sono collegati direttamente a una zona chiamata CA3. Silenziando quella connessione, i problemi di memoria nei topi si sono ridotti. Attivandola artificialmente è successo l’opposto: difficoltà mnemoniche anche in presenza di livelli ormonali normali. Un doppio esperimento che rafforza parecchio l’ipotesi di partenza.

Non tutti gli estrogeni fanno lo stesso effetto

Sarebbe sbagliato concludere che l’ormone danneggi la memoria in qualsiasi condizione. La differenza sta nella quantità e nelle regioni cerebrali coinvolte. Gli autori hanno lavorato su concentrazioni molto elevate, simili a quelle della gravidanza, e distinguono nettamente questo scenario dagli effetti di livelli più contenuti, che in alcuni casi sono stati associati a benefici per determinate funzioni cognitive.

“I cambiamenti nella memoria osservati sia nei topi sia nelle donne erano temporanei e specifici del compito, non un segno di deterioramento cognitivo generalizzato. Tuttavia, comprendere il circuito sottostante potrebbe in ultima analisi aiutare i medici a informare le pazienti sugli effetti collaterali cognitivi della gravidanza o dei contraccettivi ormonali, e potrebbe aprire nuove strade per terapie mirate a questa via specifica senza alterare le funzioni benefiche più ampie dell’estrogeno nell’organismo”, ha dichiarato Xinguo Hou, autore principale dello studio, in un comunicato.

Fonte: TecnoAndroid

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