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ASEV, le navi da guerra Aegis del Giappone con 128 celle Mk 41

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Il Giappone sta costruendo due navi da guerra che, più che navi, sembrano vere e proprie muraglie galleggianti: 12.000 tonnellate di dislocamento, quasi 200 metri di lunghezza e 128 tubi di lancio verticale pronti a sparare missili. Si chiamano ASEV, sigla che sta per Aegis System Equipped Vessel, e nascono da un ripensamento radicale di un progetto precedente. L’idea iniziale era quella di piazzare a terra due basi antimissile fisse, le Aegis Ashore, poi cancellate. Il risultato finale è molto più ambizioso: uno scudo che si muove, che può spostarsi dove serve, invece di restare inchiodato su una collina.

Il primo scafo ha iniziato a prendere forma nel cantiere di Mitsubishi Heavy Industries a Nagasaki nel luglio 2025. L’obiettivo è consegnarlo alla Forza Marittima di Autodifesa entro la fine dell’anno fiscale 2027, quindi tra aprile 2027 e maggio 2028. Il secondo esemplare è stato varato a Yokohama nel febbraio 2026 e dovrebbe entrare in servizio nell’esercizio successivo.

ASEV0: numeri che mettono in ombra qualsiasi cacciatorpediniere

Per capire la scala di queste unità basta un confronto. Il primo ASEV misura 189 metri di lunghezza, 25 di larghezza e sposta 12.000 tonnellate. I cacciatorpediniere della classe Maya, già considerati giganti nella flotta nipponica, si fermano a 170 metri e a circa 8.200 tonnellate. Qui si parla di un’altra categoria, di navi pensate per stare in mare a lungo, con capacità di allarme rapido e con la possibilità di intercettare minacce aeree e balistiche grazie al sistema di combattimento Aegis.

A fine agosto, sullo scafo in lavorazione a Nagasaki, è stato installato l’enorme albero principale. Lì troveranno posto quattro antenne AESA del radar AN/SPY 7 (V)1 prodotto da Lockheed Martin, ognuna alta circa 4,3 metri. Secondo il Ministero della Difesa giapponese la capacità di tracciamento dello SPY 7 è cinque volte superiore a quella dello SPY 1 montato sugli attuali cacciatorpediniere, soprattutto contro missili balistici e traiettorie complicate. La posizione elevata delle antenne allarga poi la linea di vista, e questo aiuta anche contro bersagli che volano bassi, come droni e missili da crociera.

Sotto coperta c’è il vero biglietto da visita: 128 celle di lancio verticale Mk 41, un sistema modulare che permette di mescolare munizioni diverse, dagli SM 3 Block IIA per la difesa contro i missili balistici agli SM 6. Come quantità, si superano le 112 celle del cacciatorpediniere cinese Type 055, e i Maya restano parecchio indietro. Non finisce qui: dal 2032 la Difesa conta di imbarcare anche i missili da crociera statunitensi Tomahawk e la versione a lungo raggio del Type 12 giapponese. Con i Tomahawk si arriva a colpire obiettivi terrestri e navali a circa 1.600 chilometri, il che significa poter neutralizzare non solo i proiettili in volo ma anche le postazioni da cui partono. C’è pure lo spazio, e soprattutto l’energia disponibile a bordo, per integrare in futuro armi laser ad alta energia contro i droni.

Perché il Giappone corre ai ripari

La spinta dietro questo scudo galleggiante arriva dal contesto attorno all’arcipelago. La Cina ha aumentato in modo netto le proprie capacità navali, aeree e missilistiche, intensificando l’attività intorno alle isole Senkaku, nel Mar Cinese Orientale, amministrate da Tokyo ma rivendicate da Pechino. Da tempo la presenza militare cinese cresce sia nel Mar Cinese Meridionale sia in quello Orientale, con isole artificiali tirate su a tempo di record su scogli e barriere coralline, strutture che assomigliano in modo sospetto a nuove basi aeree.

C’è poi l’episodio della cosiddetta Grande Muraglia peschereccia: oltre 3.000 pescherecci mobilitati tra dicembre e gennaio davanti alle coste giapponesi, disposti in una strana formazione lunga 300 chilometri. La pressione nella zona grigia, quella che non è guerra ma nemmeno tranquillità, è ormai una costante.

All’escalation cinese si somma la Corea del Nord. Pyongyang ha accumulato per decenni un arsenale di missili balistici che secondo Tokyo è in grado di raggiungere qualsiasi punto del territorio giapponese. Le due navi nascono quindi come prima barriera di contenimento in mare, difesa a più fronti costruita attorno al radar, alle celle di lancio e a un sistema Aegis pensato per crescere insieme alle minacce.

Fonte: TecnoAndroid

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