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Il piano di Meta per sostituire i dipendenti con l’AI è finito in un cassetto, e non per un ripensamento filosofico di Mark Zuckerberg ma perché i numeri interni raccontavano una storia diversa da quella immaginata alle Hawaii. La notte del 19 maggio, poche ore prima che partisse la prima ondata di licenziamenti, il fondatore ha frenato. Il giorno successivo il 10% della forza lavoro è stato comunque tagliato, ma la seconda tranche, quella prevista per novembre e potenzialmente più pesante dei tagli del 25% di tre anni fa, è stata cancellata.
Il progetto aveva un nome che suonava innocuo, Project OT, sigla di Organization Transformation. Era nato a gennaio, durante il ritiro annuale della leadership nel compound di Zuckerberg alle Hawaii, con un obiettivo dichiarato: rendere l’azienda “AI native”. Tradotto, affidare all’intelligenza artificiale gran parte del lavoro quotidiano svolto da migliaia di persone, lasciando la supervisione a squadre ristrette di talenti d’élite. In alcuni scenari di pianificazione i dirigenti ipotizzavano riduzioni fino al 60% in parecchi team.
Cosa prevedeva davvero Project OT
I documenti interni delineano una ristrutturazione in due ondate, maggio e novembre. Licenziamenti, chiusura delle posizioni aperte, uscita dei cosiddetti “poor performer”. I team tradizionali, quelli composti dai 10 ai 20 addetti con ruoli specializzati, sarebbero stati smontati e ricomposti in “pod” da 3 a 5 “builder” con mansioni fluide, senza confini rigidi. Interi strati di management intermedio sarebbero spariti. Valutazioni e promozioni finivano nelle mani di figure chiamate “Org Lead”, affiancate da personale HR e da generici “sistemi AI” mai descritti nel dettaglio.
C’era anche uno strumento pensato per stanare i profili considerati insostituibili, battezzato “10X Performer”, l’archetipo dell’ingegnere che da solo vale dieci colleghi. Una parte dei risparmi ottenuti con i tagli sarebbe stata dirottata su stipendi fuori scala per attrarre e trattenere queste figure.
La rivolta interna e i dati che non tornavano
A marzo la notizia dei piani di licenziamento è uscita prima che molti dirigenti ne fossero informati, cosa che ha acceso l’allarme tra i dipendenti e irritato non poco Zuckerberg. Ai manager venne chiesto di presentare il tutto come una trasformazione dei ruoli legata all’arrivo dell’AI. Poco dopo l’azienda ha iniziato a monitorare l’uso di tastiera e mouse dei lavoratori negli Stati Uniti, con lo scopo dichiarato di addestrare agenti capaci di imitare il comportamento umano al computer. L’interpretazione che circolava nei corridoi era una sola: stavano allenando i propri sostituti.
La rete interna Workplace è diventata un campo di battaglia. Post arrabbiati, umorismo nero, foto di elefanti che comparivano ovunque. Qualcuno ha preso in giro Zuckerberg paragonando un suo annuncio a Prometeo che dona il fuoco all’umanità. Il sentiment interno favorevole è sceso dal 74% al 55%.
I dati raccolti dall’azienda stessa hanno dato il colpo finale. Il codice generato con l’aiuto dell’AI era cresciuto del 220%, ma le modifiche che si traducevano davvero in nuove funzionalità per gli utenti erano salite solo del 36%. Nel giro di pochi mesi gli incidenti tecnici e di sicurezza sono aumentati del 40% e il tempo necessario per risolverli del 70%, mentre agenti non supervisionati compivano azioni imprevedibili su vasta scala. A giugno alcuni hacker hanno sfruttato il bot di supporto clienti per compromettere account Instagram di alto profilo, compreso quello della Casa Bianca di Obama.
La marcia indietro e la campagna “Betting on People”
Dopo lo stop del 19 maggio, la dirigenza ha provato a ricucire. Programma di monitoraggio sospeso, possibilità per alcuni dipendenti di tornare nei team precedenti, budget più generosi per snack, viaggi ed eventi sociali. A luglio Zuckerberg è intervenuto a sorpresa in un incontro aziendale ammettendo che lo sviluppo degli agenti AI non stava procedendo come sperava.
Nel frattempo, all’esterno, partiva la campagna “scommettiamo sulle persone”. Un video e un saggio da 6.500 parole per rivendicare un’intelligenza artificiale al servizio di miliardi di utenti, in opposizione a quella dei concorrenti tutta orientata all’automazione del lavoro. Più che una vera inversione di rotta, un’operazione di immagine costruita mentre il progetto interno mostrava crepe ovunque.










