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Meta Muse, servono 1,58 milioni di CPU per 100 milioni di utenti

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Basta guardare i numeri dietro Meta Muse per capire perché, all’improvviso, tutti si sono messi a parlare bene delle CPU di Intel, AMD e Arm. L’agente personale di Meta promette a ogni utente una macchina virtuale dedicata, sempre accesa, capace di lavorare in sottofondo anche quando l’app è chiusa. Una promessa semplice da raccontare e complicatissima da sostenere sul piano dell’hardware, perché moltiplicare quella piccola scatola virtuale per cento milioni di persone significa costruire un’infrastruttura di dimensioni difficili da immaginare.

Muse è un agente basato su intelligenza artificiale che esegue compiti in più passaggi per conto dell’utente. Apre un browser nel cloud, naviga tra i siti come farebbe una persona, porta a termine incarichi e continua a macinare lavoro in background. Per togliere di mezzo i dubbi sulla privacy, tutto gira dentro un computer cloud isolato, una macchina virtuale con il suo browser interno, dove restano al sicuro dati e credenziali. Sopra c’è un secondo livello di controllo chiamato Sentinel, che sorveglia l’ambiente e impedisce all’agente di chiudere transazioni senza la sua approvazione e senza una conferma esplicita dell’utente.

Meta Muse: quanti processori servono davvero

La configurazione assegnata a ciascun utente è nota: 2 vCPU, 8 GB di RAM e 100 GB di spazio su disco. Sembra poco, e preso singolarmente lo è. Il problema nasce quando si prova a immaginare una crescita fino a 100 milioni di utenti nell’arco di un anno, scenario tutt’altro che fantasioso visto che l’app sta già scalando le classifiche dei download. Con quei parametri servirebbero almeno 1,58 milioni di CPU AMD EPYC, considerando processori da 126 core ciascuno.

Meta può ovviamente alleggerire il conto condividendo i core tra utenti diversi, perché non tutti stanno eseguendo operazioni nello stesso momento. Puntando a un carico del 50 per cento, per esempio, il fabbisogno scenderebbe a circa 790 mila processori. Molto dipende dall’architettura di calcolo che l’azienda deciderà di adottare, e qui le variabili sono parecchie.

Memoria e storage, il nodo più duro

Il vero grattacapo però non sono i processori. La memoria persistente e lo storage sono un’altra faccenda, perché una macchina virtuale personale deve restare disponibile 24 ore su 24. Tradotto in cifre, parliamo di circa 800 petabyte di RAM e 10.000 petabyte di SSD per servire 100 milioni di utenti. Realisticamente non tutti consumeranno l’intero spazio assegnato, ma l’ordine di grandezza resta fuori scala rispetto a qualsiasi servizio consumer tradizionale.

E il conto può gonfiarsi ancora. Se Meta decidesse di rendere Muse accessibile anche da WhatsApp e Instagram, la platea potenziale si moltiplicherebbe in modo brutale. Al momento il servizio consente fino a 100 milioni di token gratuiti a settimana, con abbonamenti a pagamento che partono da circa 18 euro al mese per chi lo usa in modo intensivo.

La corsa di Meta al calcolo

Vista da questa angolazione, la strategia degli ultimi mesi diventa piuttosto leggibile. Meta è diventata il principale co sviluppatore e partner di riferimento per il deployment della CPU Arm AGI a marzo 2026. Poco dopo, ad aprile 2026, ha aggiunto decine di milioni di core AWS Graviton al proprio parco di calcolo. Non sono mosse casuali, sono tasselli di un’infrastruttura che deve reggere un modello di servizio in cui ogni singolo utente porta con sé un pezzo di data center.

Il dettaglio che rende tutto ancora più interessante è l’età del prodotto. Muse ha appena tredici giorni di vita ed è disponibile soltanto negli Stati Uniti. Se quelle macchine virtuali restassero davvero accese come promesso, la crescita degli utenti smetterebbe di essere una metrica di marketing per trasformarsi in un problema industriale di chip e memoria.

Fonte: TecnoAndroid

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