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La dipendenza dai social media è finita davanti a un tribunale federale statunitense, e questa volta senza scorciatoie: i tre giudici della corte d’appello di San Francisco hanno respinto il ricorso presentato da Meta, TikTok e dalle altre aziende chiamate in causa. Il risultato è che dovranno affrontare un processo che riunisce oltre 3.000 cause intentate da Stati, distretti scolastici, amministrazioni locali e singoli cittadini. L’accusa, la stessa per tutti, è di aver progettato le piattaforme in modo da rendere gli utenti incapaci di staccarsi.
Il numero fa impressione già di per sé, ma il vero peso della vicenda sta nelle cifre chieste come risarcimento. Meta, in particolare, si trova davanti a una richiesta che sfiora l’astronomico: 1.400 miliardi di dollari, ovvero circa 1.200 miliardi di euro. Una somma che, nell’ipotesi remota in cui venisse confermata dopo tutti e tre i gradi di giudizio, significherebbe il fallimento dell’azienda di Menlo Park.
Le piattaforme coinvolte e le prime sconfitte
Nel mirino ci sono quasi tutti i servizi più usati negli Stati Uniti: Instagram, Facebook, TikTok, Roblox, Discord, Snapchat e YouTube. Ma è chiaro che il bersaglio grosso rimane Meta, semplicemente per la quantità di utenti che raccoglie fra le sue app. E l’azienda ha già incassato due battute d’arresto pesanti, in California e in Nuovo Messico. Nel primo caso il risarcimento stabilito ammonta a 4,2 milioni di dollari, circa 3,6 milioni di euro. Nel secondo si sale a 942 milioni di dollari, vale dire attorno agli 810 milioni di euro.
Due sentenze che rischiano di funzionare come precedente e di innescare un effetto a cascata su tutto il resto del contenzioso. Meta e le altre società avevano provato a fermare la macchina chiedendo alla corte d’appello di annullare le decisioni della giudice Yvonne Gonzalez Rogers, quelle che avevano dato il via libera alla prosecuzione delle azioni legali. La risposta è arrivata nella direzione opposta: quanto deciso in primo grado resta valido.
La Section 230 non basta come scudo
Il cuore giuridico della vicenda ruota attorno a una norma che le aziende tecnologiche hanno usato per anni come corazza, la Section 230 del Communications Decency Act. La tesi difensiva era semplice: le piattaforme non rispondono dei contenuti caricati dagli utenti, quindi le cause non dovrebbero nemmeno arrivare in aula.
I giudici hanno smontato il ragionamento con un argomento tecnico ma decisivo. Quella legge può essere invocata come difesa nel merito, dunque durante il processo e non prima, e non serve a ottenere un’immunità preventiva dalle azioni legali. Tradotto: l’appello è stato presentato troppo presto. Il tribunale della California esaminerà quindi in blocco le oltre 3.000 cause che ruotano tutte intorno allo stesso tema.
Il processo parte il 12 agosto
Le accuse descrivono piattaforme costruite deliberatamente per creare assuefazione, con un contributo diretto all’aumento di depressione, ansia e altri disturbi legati alla salute mentale fra gli utenti più giovani, molti dei quali minorenni. A questo si somma un secondo fronte, non meno delicato: la raccolta e l’utilizzo illeciti dei dati dei minori.
Meta aveva provato anche a guadagnare tempo, chiedendo il rinvio dell’inizio del procedimento. Anche questa istanza è stata respinta dai giudici d’appello. Il processo comincia il 12 agosto con la selezione della giuria, quindi la fase in cui si scelgono le persone chiamate a valutare le prove e a pronunciarsi sulla responsabilità dell’azienda.
Da qui in avanti la partita si gioca in aula, con un design delle piattaforme sotto esame e una richiesta di risarcimento che, per dimensioni, non ha precedenti nella storia dei contenziosi tecnologici statunitensi.











