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Mercurio si restringe più del previsto, lo dicono le sue rughe

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Mercurio si sta restringendo più in fretta di quanto gli scienziati avessero calcolato finora, e a rivelarlo è stata una nuova analisi delle innumerevoli rughe che segnano la sua superficie. Il pianeta più piccolo e più vicino al Sole avrebbe perso volume in misura fino al 30 percento superiore rispetto alle stime precedenti, un margine tutt’altro che trascurabile quando si parla della storia geologica di un intero corpo planetario.

L’idea che un pianeta possa rimpicciolirsi suona strana, eppure è uno dei processi più semplici che la fisica planetaria conosca. Un corpo roccioso che si raffredda si contrae, esattamente come farebbe qualsiasi materiale solido, e quando la contrazione avviene sotto una crosta rigida il risultato è una superficie che deve in qualche modo adattarsi a un interno che occupa meno spazio. Da qui nascono le pieghe, le scarpate e le increspature che rendono Mercurio un pianeta così particolare da osservare.

Mercurio: le rughe che raccontano la storia del pianeta

Quelle che vengono chiamate rughe sono in realtà strutture imponenti, il segno lasciato da porzioni di crosta che si sono accavallate sotto la spinta della compressione. Ogni increspatura è una testimonianza diretta di quanto il pianeta si sia accorciato nel tempo, perché misurando quanto terreno è stato letteralmente ingoiato da questi corrugamenti si può risalire alla riduzione complessiva del raggio.

È proprio su questo conteggio che la nuova analisi ha cambiato le carte in tavola. Rivedendo il modo in cui le deformazioni della superficie vengono catalogate e misurate, i ricercatori sono arrivati a una cifra sensibilmente più alta di quella accettata fino a oggi. Il restringimento di Mercurio, insomma, sarebbe stato più marcato, e di conseguenza anche il raffreddamento del suo interno avrebbe avuto effetti più profondi di quanto si immaginasse.

Il salto del 30 percento non è un dettaglio da poco. Cambiare la stima della contrazione significa ricalibrare i modelli che descrivono come il pianeta ha perso calore, quanto a lungo è rimasto geologicamente attivo e in che modo la sua crosta ha reagito alle tensioni interne. Tutto si tiene, e basta spostare un numero perché l’intero quadro vada rivisto.

Perché un pianeta perde volume

Il motore di tutto questo è il raffreddamento interno. Mercurio possiede un nucleo metallico enorme in proporzione alle sue dimensioni, e mentre quel nucleo cede calore verso l’esterno il pianeta nel suo complesso si comprime. Non esistono placche tettoniche in movimento come sulla Terra, quindi la crosta di Mercurio funziona come un guscio unico, che può solo spezzarsi e sovrapporsi su se stesso quando lo spazio disponibile diminuisce.

Il risultato è un paesaggio segnato da fratture e rilievi allungati che si estendono per centinaia di chilometri, visibili praticamente ovunque sulla superficie di Mercurio. Non sono montagne nate da vulcani o da collisioni fra continenti, ma pure cicatrici da compressione, la firma di un pianeta che si sta stringendo su se stesso da miliardi di anni.

Una revisione al rialzo della contrazione suggerisce che questo processo sia stato più intenso e forse più prolungato del previsto. Il che rende Mercurio un laboratorio prezioso per capire come evolvono i pianeti rocciosi quando il calore interno comincia a esaurirsi, un destino che in tempi diversi riguarda anche gli altri mondi del Sistema Solare interno.

Le nuove misure delle rughe, insomma, ridisegnano il ritratto di un pianeta che sembrava già conosciuto e che invece continua a nascondere qualche sorpresa sotto la sua crosta corrugata.

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