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Sessant’anni di Star Trek si raccontano quasi sempre allo stesso modo, con l’elenco degli oggetti che la serie avrebbe anticipato: i tablet, i computer che rispondono alla voce, i comunicatori tascabili che oggi chiamiamo semplicemente telefoni. È un gioco divertente e in parte anche giusto, però racconta solo una fetta della storia. Perché l’impatto del franchise creato da Gene Roddenberry non si è fermato ai laboratori e ai reparti di ricerca e sviluppo, ma ha toccato qualcosa di più profondo, cioè il modo in cui una società immagina se stessa nel futuro.
Il punto è che la fantascienza funziona bene quando non si limita a descrivere gadget. Un dispositivo che si accende quando gli si parla è affascinante, certo, ma resta un accessorio. Quello che ha reso Star Trek diverso da tanta produzione dell’epoca è stata la cornice attorno agli oggetti, l’idea di un domani in cui l’umanità avesse superato alcune delle sue peggiori abitudini. Un futuro non distopico, dove il progresso tecnico camminava insieme a quello civile e non contro di esso.
Più di una collezione di gadget futuristici
Chi lavora nella tecnologia ha raccontato spesso di essere stato influenzato da quelle immagini, e non c’è dubbio che l’estetica della serie abbia lasciato impronte visibili su interfacce e dispositivi che usiamo ogni giorno. Ma ridurre tutto a una lista di previsioni azzeccate finisce per essere un po’ pigro. Il tricorder e il teletrasporto restano nel campo delle suggestioni, mentre altre intuizioni si sono materializzate quasi per caso, perché rispondevano a bisogni concreti che prima o poi qualcuno avrebbe risolto comunque.
Quello che invece non si sarebbe realizzato da solo è l’immaginario. Vedere sullo schermo un equipaggio che collabora, che discute, che affronta problemi complessi senza risolverli a colpi di armi, ha avuto un peso culturale difficile da quantificare ma impossibile da ignorare. La serie ha usato le storie ambientate nello spazio per parlare di temi che, all’epoca, era complicato affrontare frontalmente in televisione. La distanza siderale serviva proprio a questo, a rendere accettabile un discorso che altrimenti sarebbe stato respinto.
Un’idea di futuro che si è fatta cultura
Il sessantesimo anniversario arriva in un momento in cui il franchise è tutt’altro che archiviato. Serie nuove, film, fumetti, romanzi, convention che riempiono padiglioni interi, una comunità di appassionati che si tramanda da una generazione all’altra. Poche produzioni televisive nate negli anni Sessanta possono dire lo stesso, e ancora meno riescono a mantenere una presenza così solida nel dibattito pubblico.
C’è poi un aspetto che riguarda la divulgazione scientifica. Molte persone hanno incontrato per la prima volta concetti di astronomia, biologia o fisica proprio guardando episodi che, va detto, con il rigore scientifico avevano un rapporto piuttosto libero. Non importa: l’effetto è stato quello di accendere una curiosità che poi, in parecchi casi, si è tradotta in percorsi di studio e carriere vere. Un innesco, più che un manuale.
L’eredità di Star Trek, insomma, si misura meglio guardando alle persone che ai prodotti. Alle vocazioni scientifiche nate davanti a uno schermo, alle rappresentazioni che hanno normalizzato la presenza di volti diversi in posizioni di comando, all’idea che l’esplorazione dell’ignoto possa essere un’impresa condivisa e non una gara. Sessant’anni dopo, il vero lascito del franchise non sta negli oggetti che ha anticipato, ma nella società che ha contribuito a immaginare.








