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Per anni Mazda ha rappresentato l’eccezione più elegante nel panorama degli abitacoli moderni, e il Mazda CX-5 della generazione uscente ne era la prova più convincente: schermo integrato con discrezione, comandi fisici per il clima, manopola rotativa sul tunnel centrale e materiali che facevano sembrare l’auto molto più costosa di quanto fosse davvero. Con il restyling completo, però, la casa giapponese ha cambiato rotta, e il risultato divide parecchio. Al posto di quell’equilibrio raro tra tecnologia e comandi tangibili è arrivato un tablet gigante che domina la plancia, e i numeri di vendita raccontano che non tutti hanno apprezzato.
La vecchia CX-5 era un piccolo capolavoro di misura. Pur giocando nello stesso campionato di Toyota RAV4 e Honda CR-V, offriva un interno che reggeva il confronto con Audi e BMW per sensazione al tatto e pulizia formale. Il display da 10,3 pollici dell’infotainment non era il centro di gravità dell’abitacolo, ma restava incastonato tra superfici morbide, affiancato da un quadro strumenti con schermo da sette pollici e da dotazioni come Apple CarPlay e Android Auto wireless.
Quando i comandi fisici facevano la differenza
Il punto vero era la manopola rotativa sulla console centrale, quella soluzione che i marchi premium continuano a difendere proprio perché permette di gestire i menu senza staccare lo sguardo dalla strada. Accanto, una rotella per il volume e i comandi del climatizzatore veri, da premere e girare. Si poteva usare anche il touch, certo, ma nessuno ci obbligava. Tutto funzionava, tutto risultava piacevole da usare, e questo bastava a distinguere Mazda dalla concorrenza generalista.
La nuova generazione ha spazzato via buona parte di quel linguaggio. Sparita la particolare grafica delle bocchette d’aria, spariti i tasti rotativi sul tunnel, sostituito perfino lo storico logo sul volante con una scritta anonima. La qualità dei materiali resta discreta, ma la personalità si è diluita parecchio. Il fulcro della plancia è ora un touchscreen da 12,9 pollici di serie, che sale a 15,6 pollici sull’allestimento top. Da lì passa praticamente tutto, clima compreso.
I numeri raccontano una storia scomoda
Il problema è che una fetta crescente di acquirenti ha capito il giochino: gli schermi enormi spesso servono a tagliare i costi di produzione più che a migliorare la vita a bordo. E le vendite lo confermano con una chiarezza quasi brutale. Nel mese di giugno 2026 il CX-5 si è fermato a 9.689 unità contro le 13.759 dello stesso periodo del 2025, un crollo del 29,6 per cento. Sul primo semestre il conto è di 62.692 esemplari contro 70.260, quindi poco più del 10 per cento in meno. Non un disastro sull’intero periodo, ma gli ultimi mesi sono stati i peggiori in assoluto per il modello.
Nel frattempo, dentro la stessa gamma, succede l’opposto. Il CX-50, che conserva l’impostazione stilistica della vecchia scuola Mazda, ha chiuso giugno 2026 a 12.687 unità contro 8.671, con una crescita del 46,3 per cento. Nei primi sei mesi dell’anno il salto è da 46.914 a 64.819 esemplari, quasi il 40 per cento in più. In pratica quest’anno il marchio ha piazzato circa 20.000 CX-50 in più rispetto al 2025, sorpassando il fratello maggiore per anzianità di nome.
Curioso, perché il CX-50 era nato proprio per rimpiazzare il CX-5. Poi il vecchio modello aveva continuato a vendere talmente bene, e le due vetture erano abbastanza diverse tra loro, che Mazda decise di tenerle entrambe a listino. Adesso i ruoli si sono ribaltati. Il restyling pensato per allargare il pubblico ha finito per allontanare chi il CX-5 lo comprava da sempre, e chi cerca quell’idea di abitacolo orientato al guidatore sembra aver semplicemente spostato la firma su un altro contratto. Senza la scritta sul volante, riconoscere una Mazda dall’interno oggi sarebbe un esercizio parecchio complicato.










