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Il rinvio della nuova generazione di Land Rover Defender è ormai ufficiale nei piani di Jaguar Land Rover, e non si parla di qualche mese di slittamento. Il debutto, che era stato messo in calendario tra il 2028 e il 2029, si sposta al 2030 o addirittura ai primi anni del decennio successivo. Insieme al modello termico slitta anche la variante 100% elettrica, quella che in molti aspettavano come vera svolta per la gamma.
La ragione principale, per una volta, non è una brutta notizia per la casa britannica. Il Defender attuale vende benissimo. Arrivato sul mercato nel 2019, continua a macinare ordini con circa 110.000 unità l’anno, un volume che da solo vale all’incirca un terzo di tutto quello che il gruppo JLR consegna nel mondo. E lo fa con un listino che parte da oltre 70.000 euro per la versione 90, quindi senza sconti sul posizionamento.
Un modello che vende troppo bene per essere sostituito
Quando un’auto traina i conti di un intero gruppo, cambiarla diventa un rischio più che un’opportunità. È esattamente il ragionamento che ha portato Jaguar Land Rover a prendere tempo. Sette anni sul mercato sono tanti per gli standard del settore, eppure la domanda per Land Rover Defender resta solida, e l’azienda non vede alcuna urgenza di mandare in pensione un prodotto che funziona. Meglio allungare il ciclo di vita e spostare risorse altrove.
Poi c’è il capitolo tecnico, che pesa forse ancora di più. L’attuale piattaforma in alluminio D7x non è nata per accogliere un pacco batterie di dimensioni generose. Provarci significherebbe accettare compromessi seri, sia sulle capacità in fuoristrada sia sullo spazio a bordo, due elementi che per questo modello valgono praticamente tutto. Per costruire un Defender elettrico credibile servirebbe quindi un’architettura completamente nuova, con l’investimento che ne consegue. E JLR ha deciso di rimandarlo, concentrando i soldi disponibili su altri fronti, in primis la Range Rover Electric.
Dazi, incentivi e concorrenza rendono il quadro più complicato
Al calcolo industriale si aggiungono variabili che con l’ingegneria c’entrano poco. I Defender diretti negli Stati Uniti, mercato tutt’altro che secondario per il marchio, escono dagli stabilimenti in Slovacchia e scontano dazi d’importazione del 15%. Un dettaglio che pesa quando si mette nero su bianco il business plan di una generazione nuova di zecca.
C’è altro. Negli USA gli incentivi per i veicoli a batteria sono stati ridimensionati di recente, mentre in Cina la concorrenza locale è diventata aggressiva al punto da rendere complicata la vita a qualsiasi SUV elettrico di fascia alta. Due dei mercati potenzialmente più interessanti, insomma, offrono oggi condizioni meno favorevoli rispetto a quando il progetto era stato immaginato. In uno scenario del genere, posticipare significa anche guadagnare tempo per capire come si muoveranno normative e domanda.
Il baby Defender resta in tabella di marcia
Il rinvio riguarda il modello principale, non tutta la famiglia. Il progetto del cosiddetto baby Defender, la versione più compatta costruita sulla piattaforma EMA, procede secondo il programma originale. Sarà un modello inedito, pensato per allargare la base di clienti verso il basso, e arriverà con motorizzazioni ibride oltre che elettriche.
Una scelta che consente a Land Rover di presidiare comunque il segmento con qualcosa di nuovo, senza dover toccare il pilastro della gamma. Il Defender che conosciamo, quindi, resterà in listino ancora a lungo, probabilmente con aggiornamenti e nuove versioni per tenerlo fresco. La sostituzione vera arriverà quando la piattaforma giusta sarà pronta e il mercato darà segnali più chiari, e stando ai piani attuali non succederà prima del 2030.










