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Dopo Eni anche IP sceglie la strada del price cap volontario e annuncia un tetto ai prezzi di benzina e gasolio sulla propria rete. Una mossa quasi scontata, arrivata con la puntualità di un effetto domino. A comunicarla è stato il gruppo statale azero Socar, che dallo scorso maggio controlla Italiana Petroli dopo averla acquisita da Api Holding. L’obiettivo dichiarato è quello di “calmierare i prezzi dei carburanti”, con l’ipotesi di estendere la misura anche alle stazioni a marchio Esso e agli operatori della filiera collegati.
Il tetto, precisa la compagnia, sarà fissato “in base alle diverse esigenze per garantire la sopravvivenza della filiera, costituita da migliaia di operatori”. Non si tratta di una puntualizzazione secondaria. La decisione di Eni, cioè il gruppo con le spalle finanziarie più larghe del Paese, rischiava infatti di mettere in difficoltà proprio la rete dei concorrenti. Questi ultimi sarebbero stati spinti a lavorare in perdita pur di non vedere i clienti spostarsi verso i distributori del Cane a Sei Zampe. Di fatto IP si è trovata costretta ad allinearsi per non essere schiacciata dal primo operatore nazionale.
Il ringraziamento di Palazzo Chigi e i sei mesi di rincari
A Palazzo Chigi la notizia è stata accolta con evidente soddisfazione. La premier Giorgia Meloni ha diffuso una nota ufficiale per ringraziare il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e il presidente di Socar Rovshan Najaf. “È un segnale importante di attenzione alle famiglie italiane che conferma che è possibile contribuire concretamente a contenere il caro carburanti”, ha dichiarato.
Le motivazioni della compagnia però sollevano più di un interrogativo. Nella nota si legge che l’intervento vuole andare incontro a famiglie e imprese “che ormai da oltre sei mesi si confrontano con prezzi dei carburanti straordinariamente alti a causa del contesto di forte instabilità geopolitica”. Proprio in questo semestre le compagnie petrolifere hanno operato in piena libertà, riversando le tensioni internazionali sui consumatori finali e beneficiando nello stesso tempo dello scudo offerto dal taglio delle accise, finanziato con le tasse dei cittadini. Da febbraio lo Stato ha speso circa 2,3 miliardi di euro per le varie riduzioni. Il Governo non è intervenuto d’autorità sui listini e non ha introdotto un prelievo strutturale sugli extraprofitti accumulati dai grandi gruppi del settore.
Anche la tempistica ha il suo peso. Il blocco arriva alla vigilia del drastico dimezzamento dello sconto sulle accise, che avrebbe portato i prezzi oltre una soglia difficilmente sostenibile per molte famiglie. Congelando temporaneamente i listini e rinunciando a qualche centesimo di margine futuro, le compagnie tolgono le castagne dal fuoco all’esecutivo. Allontanano così la minaccia di una vera tassa sui profitti straordinari e incassano il plauso politico, dopo due trimestri in cui la differenza è rimasta nelle loro casse.
I tassisti minacciano il fermo del servizio
Sul fronte delle categorie produttive il clima resta tutt’altro che disteso. I sindacati Unica Taxi Filt Cgil e Uiltrasporti hanno annunciato l’intenzione di proclamare il fermo dei taxi se il Governo non adotterà misure concrete per contenere costi di gestione giudicati ormai “insostenibili”. Tra le richieste figurano detrazioni fiscali e tariffe differenziate.
Nicola Di Giacobbe della Filt Cgil e Massimo Longo di Uiltrasporti puntano il dito contro l’immobilismo del ministero dei Trasporti. Le critiche non riguardano solo l’emergenza del carburante ma anche i ritardi cronici nei decreti attuativi del comparto, fermi da sette anni, e la piaga dell’abusivismo degli Ncc. Per i rappresentanti dei tassisti il calmieramento volontario deciso da Eni e IP non basta a sanare le ferite di un settore logorato da mesi di rincari incontrollati, inflazione e assenza di programmazione.
Fonte: TecnoAndroid








