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Intelligenza artificiale, USA e Cina aprono un canale di allerta

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Il confronto sulla corsa all’IA tra Stati Uniti e Cina è entrato in una fase nuova, con i due Paesi che hanno aperto un canale di dialogo pensato per gestire i rischi delle tecnologie più avanzate. Donald Trump e Xi Jinping si vedono giovedì e venerdì, e sul tavolo c’è una proposta concreta: un meccanismo di allerta che permetta a ciascuna delle due potenze di avvisare l’altra quando un sistema di intelligenza artificiale mostra comportamenti imprevedibili o potenzialmente pericolosi. A illustrarlo è stato il segretario al Tesoro Scott Bessent, che ha parlato anche della possibilità di condividere una “visione di obiettivi comuni”.

Il problema è il contesto. Trump ha continuato ad aumentare i controlli sull’export per bloccare l’accesso cinese alle tecnologie utili allo sviluppo dell’IA, mentre al Congresso si discutono proposte che taglierebbero fuori Pechino da altri chip e hardware. Due settimane fa il Dipartimento di Giustizia ha accusato sei dei principali sviluppatori cinesi di IA di aver rubato materiale ai laboratori americani di frontiera, accusa respinta con decisione dalla Cina. Eppure Pechino si è presentata lo stesso al tavolo, senza farsi scoraggiare nemmeno dai post su Truth Social in cui Trump ripete che “chi vince l’IA, vince tutto”.

Intelligenza artificiale, USA e Cina: un canale di allerta senza tecnici che lo presidiano

La Cina non ha ancora riconosciuto pubblicamente il sistema di allerta proposto. E chi conosce il piano di Bessent lo descrive come superficiale, perché non prevede il coinvolgimento di funzionari con competenze tecniche in grado di valutare davvero l’urgenza dei rischi segnalati. Una fonte è stata brutale, liquidando l’accordo con un giudizio poco lusinghiero sul suo valore scientifico.

Sam Bresnick, ricercatore al Center for Security and Emerging Technology della Georgetown University, ha confermato che l’assenza di un organismo tecnico è un campanello d’allarme. Riutilizzare un canale già esistente, secondo lui, è meglio che crearne uno nuovo da zero, ma con esperti da entrambe le parti si potrebbero avere conversazioni ad alto livello su come ciascuno valuta i rischi, cosa decisiva soprattutto sul fronte militare. La sintesi è tiepida: meglio di niente, senza però troppa fiducia che possa cambiare qualcosa nel medio periodo.

Anche Su Lian Jye, chief analyst di Omdia, vede nel meccanismo di notifica uno strumento che può favorire più trasparenza, senza però ridurre la diffidenza reciproca. Per trasformarlo in qualcosa di utile servirebbe un accordo su classificazioni del rischio, soglie di attivazione, protocolli di risposta e revisioni periodiche. Il deputato democratico Ro Khanna, alla CBS, ha alzato l’asticella: Trump dovrebbe chiedere a Xi un accordo internazionale che vieti l’IA capace di auto migliorarsi in modo ricorsivo e che introduca tutele contro l’uso dell’IA per armi biologiche e nucleari.

Perché Pechino guarda alla sicurezza AI con sospetto

Alvin Wang Graylin, stratega tecnologico e digital fellow allo Stanford Digital Economy Lab, si è detto sorpreso in positivo dall’apertura, anche perché un secondo incontro è già fissato a novembre. Segno, secondo lui, che entrambe le parti vedono un valore nel dialogo. I rischi condivisi non mancano, dagli hacker ai gruppi terroristici che potrebbero colpire le infrastrutture di uno dei due Paesi. E ci sarebbe parecchio da imparare a vicenda, visto che la Cina effettua audit regolari sui modelli e ne ha centinaia alle spalle, mentre gli Stati Uniti hanno iniziato da poco, pur avendo più esperienza sui modelli di frontiera.

Resta il nodo della percezione. In Cina il timore di un’IA fuori controllo è molto meno diffuso, perché lo Stato ritiene di poterla governare, e quando Trump o figure come Sam Altman spingono per standard globali a guida americana, Pechino legge la sicurezza AI come un’etichetta per consolidare il vantaggio statunitense.

La narrativa della gara che secondo gli esperti è fallace

Graylin insiste che la retorica sulla gara da “vincere” sia profondamente viziata. Le gare sono almeno due, quella sull’intelligenza e quella sul mercato, e mentre gli Stati Uniti guadagnano di più sui modelli di frontiera, stanno perdendo terreno sugli utenti globali. Negli ultimi sei mesi l’adozione dei modelli open cinesi è esplosa, con previsioni che parlano di quote di mercato vicine all’80%, perché costano meno e proteggono meglio i dati interni e dei clienti. I divari tecnologici, scrive Graylin, durano pochi mesi e nessun fossato competitivo garantisce un vantaggio permanente, nemmeno con la superintelligenza artificiale.

Fonte: TecnoAndroid

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