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Intelligenza artificiale crea 16 virus funzionanti in laboratorio

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Sedici virus progettati interamente da un modello di intelligenza artificiale funzionano davvero, e alcuni si comportano meglio dell’originale nato in natura. La notizia arriva da uno studio di Stanford che ha già acceso più di qualche allarme tra gli esperti, anche se il primo istinto di preoccupazione va ridimensionato. I bersagli di questi virus sono i batteri, non gli esseri umani. Almeno per ora.

I protagonisti sono i batteriofagi, virus che attaccano soltanto i batteri e che non rappresentano una scoperta recente. Anzi. Vengono da un lavoro francese di oltre un secolo fa, messo da parte quando gli antibiotici sembravano la soluzione a tutto, poi tirato fuori dal cassetto man mano che gli stessi antibiotici perdevano colpi. Lo studio pubblicato giovedì sulla rivista Science aggiunge un tassello nuovo alla vicenda. Un gruppo dell’Università di Stanford ha chiesto a un modello AI di progettarne di inediti, e sedici di questi funzionano sul serio.

Trecento tentativi, sedici sopravvissuti

Il modello si chiama Evo e lavora in modo diverso rispetto agli strumenti che prevedono la forma di una singola proteina. Questo scrive interi genomi. Per capirci, è come passare dalla scelta tra semi già esistenti alla scrittura diretta del progetto della pianta. I ricercatori hanno generato migliaia di genomi candidati, ne hanno sintetizzati chimicamente quasi trecento e li hanno poi testati in laboratorio. Sedici si sono rivelati vitali, e tre di questi superano il fago naturale che faceva da riferimento nell’eliminare il batterio Escherichia coli.

Un preprint depositato lo scorso settembre aveva già anticipato i numeri, con 302 candidati messi alla prova. La revisione tra pari, però, cambia il peso della questione. Il commento pubblicato sulla stessa rivista da due ricercatori della Johns Hopkins mette la cosa nero su bianco. La capacità tecnica esiste, la governance che dovrebbe tenerla sotto controllo molto meno. Le aziende che producono DNA su ordinazione oggi verificano le sequenze e l’identità dei clienti su base volontaria, visto che nessuna legge americana le obbliga a farlo. E i due autori chiedono proprio questo, un obbligo scritto nero su bianco.

Lo studio che preoccupa la comunità scientifica

Nessuno dei virus descritti può infettare una cellula umana. Gli autori hanno lavorato di proposito su una famiglia ben conosciuta, scelta proprio perché innocua per noi. Il punto che inquieta è un altro. Lo studio dimostra che il passo si può compiere, e nulla garantisce che il prossimo gruppo di ricercatori scelga un bersaglio altrettanto innocuo.

È qui che la faccenda si fa scivolosa. La sintesi genetica non è più fantascienza da laboratorio segreto, ma una tecnica accessibile, che si appoggia a fornitori esterni per la fabbricazione fisica del materiale genetico. Se quei fornitori non hanno l’obbligo di controllare cosa gli viene chiesto di produrre, la barriera tra un esperimento utile e uno pericoloso resta piuttosto sottile. La proposta della Johns Hopkins punta esattamente lì, a chiudere quella falla prima che qualcuno decida di sfruttarla.

L’intelligenza artificiale applicata alla biologia, insomma, ha appena mostrato di poter fare cose che fino a poco tempo fa sembravano lontane. La medicina dei fagi, per esempio, potrebbe trarne vantaggio nella lotta contro i batteri resistenti agli antibiotici, uno dei problemi sanitari più seri degli ultimi anni. Ma lo stesso strumento che apre questa strada apre anche interrogativi che la legislazione, per ora, non ha ancora affrontato.

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